Molti filamenti elementari in un filo solo
Un multifilamento è un filo costituito da più filamenti elementari uniti fra loro, per torsione oppure per intrecciatura. Il termine descrive come il filo è stato costruito, non di che cosa è fatto, e infatti le monografie di farmacopea sulle suture assorbibili e su quelle non assorbibili non ne fanno una classe autonoma: lo citano come una delle due configurazioni possibili dentro la descrizione di ciascun materiale.
Alla forma intrecciata dei sintetici assorbibili la Farmacopea Europea dedica comunque una monografia sua, la 0667, distinta da quella dei monofilamenti. Quanti siano i filamenti elementari, quanto siano fini e con che passo vengano uniti sono invece parametri di progetto del singolo filo: due suture dello stesso materiale e dello stesso calibro possono avere costruzioni interne diverse, e la parola da sola non lo dice.
Ritorto e intrecciato, due costruzioni diverse
Nella torsione i filamenti vengono avvolti a spirale attorno a un asse comune: restano paralleli fra loro e i vuoti che lasciano corrono continui per tutta la lunghezza del filo, come scanalature elicoidali. Nell’intreccio ciascun filamento passa alternativamente sopra e sotto gli altri, come in una treccia: la superficie esterna è più regolare e i vuoti interni sono spezzati, chiusi e riaperti a ogni incrocio, quindi non formano un canale unico.
La differenza non è estetica. Due fili dello stesso materiale e dello stesso diametro, uno ritorto e uno intrecciato, si comportano in modo diverso proprio per come sono disposti quei vuoti, e le fonti tecniche li trattano infatti come due sottotipi e non come sinonimi.
La capillarità di un multifilamento
La capillarità è la risalita spontanea di un liquido dentro un canale stretto, e nasce dall’equilibrio fra la tensione superficiale del liquido e il peso della colonna che sostiene: più il canale è sottile, più in alto il liquido sale, e lo fa senza che nulla lo spinga. Gli interstizi fra un filamento e l’altro hanno esattamente le dimensioni giuste perché il fenomeno si manifesti.
Le fonti tecniche sulle suture lo dicono in termini comparativi: un filo di un pezzo solo non la presenta, mentre un fascio la presenta in misura variabile, con valori relativamente elevati nei ritorti e più bassi negli intrecciati. È il punto in cui le due costruzioni si separano davvero. L’attrito nel passaggio si corregge lavorando la superficie; la capillarità dipende invece dalla geometria interna, e non si toglie senza cambiare la costruzione del filo. Per la stessa ragione va descritta come proprietà del filo e non del materiale: cambiando polimero senza cambiare costruzione, il comportamento resta quello.
Il rivestimento che chiude gli interstizi
Quasi tutti i fili intrecciati per uso chirurgico escono di fabbrica rivestiti, e la composizione del rivestimento è dichiarata nelle istruzioni d’uso accanto a quella del filo, perché fa parte del dispositivo. Su un intrecciato di acido poliglicolico, per esempio, il documento del fabbricante indica una miscela di policaprolattone e stearato di calcio.
Il rivestimento agisce su due fronti. Riempie i solchi in superficie, e il filo scorre meglio; e chiude gli imbocchi degli interstizi, riducendo la strada aperta ai liquidi. Non li fa sparire: li rende meno accessibili, e il filo resta un filo a più filamenti anche dopo il trattamento. Sul poliestere e su altri intrecciati non assorbibili si usano rivestimenti diversi, dal silicone ai fluoropolimeri, con la stessa funzione. Poiché è parte della composizione dichiarata, il rivestimento compare anche fra le sostanze citate nelle controindicazioni per sensibilità note.
Il nodo del multifilamento e la piega del filo
Il vantaggio che le fonti tecniche riconoscono ai fili a più filamenti è la sicurezza del nodo, descritta come nettamente maggiore rispetto al filo unico. La ragione sta ancora nella superficie: solchi e rilievi si impegnano gli uni negli altri quando il nodo si serra, e il capo non scorre indietro. Alla stessa causa si deve la maneggevolezza, perché un fascio di filamenti sottili si flette dove viene piegato mentre un filo unico dello stesso diametro oppone la propria rigidità.
Il rovescio è il passaggio nei tessuti. Una superficie non liscia incontra più resistenza, e le stesse fonti la descrivono come più traumatica per il tessuto attraversato. Le due proprietà non sono separabili perché vengono dalla medesima geometria: chi sceglie la costruzione sceglie insieme il nodo che tiene e l’attrito che paga. Va aggiunta una differenza di riempimento: a parità di diametro esterno un fascio di filamenti non occupa tutta la sezione, perché fra un elemento e l’altro resta del vuoto, mentre un filo unico è pieno.
I materiali che si filano in multifilamento
La seta chirurgica è il caso storico e resta il riferimento con cui si descrivono gli altri. Fra i sintetici assorbibili l’acido poliglicolico e la poliglactina 910 non hanno praticamente altra forma, perché sono polimeri rigidi che in filo unico darebbero una sutura scomoda da annodare. Fra i non assorbibili il poliestere e la poliammide hanno una versione intrecciata accanto a quella in filo unico, quindi lo stesso nome di materiale può indicare due fili che nel tessuto si comportano diversamente: sull’etichetta la costruzione è dichiarata insieme al materiale, e le due informazioni si leggono insieme.
Fuori dalla chirurgia la parola descrive lo stesso oggetto, un filato fatto di più filamenti continui, e viene usata nei tessuti tecnici, nelle lenze e nelle corde da racchetta. Cercando il termine su un motore di ricerca sono proprio queste ultime a occupare quasi tutti i risultati, benché la costruzione descritta sia la medesima.