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Le scarpe sanitarie sono le calzature dei mestieri che si fanno in piedi: scarpe da lavoro pensate per chi passa il turno camminando su pavimenti lisci, spesso bagnati, con il peso del corpo che grava sulle stesse suole per otto ore e più. In questa categoria trovi scarpe sanitarie per il personale di ospedali, ambulatori, RSA, ristorazione e servizi, dentro il ramo dei dispositivi di protezione individuale dove convivono con gli zoccoli sanitari, l’altra grande famiglia della calzatura professionale sanitaria. La scarpa da lavoro sanitaria è un oggetto tecnico che non sembra tale: non ha il puntale di protezione contro urti e schiacciamenti, che è il tratto delle calzature antinfortunistiche, ma porta requisiti misurabili di antiscivolo, ergonomia e comfort che una scarpa qualunque non dichiara e non possiede. Quei requisiti hanno un nome e una scala: la norma delle calzature da lavoro e i suoi livelli, che dicono in modo verificabile quanto una suola tiene sul bagnato e quanto il tallone assorbe a ogni passo.
La norma delle scarpe sanitarie da lavoro
Le calzature professionali usate nei contesti sanitari possono rientrare nella norma UNI EN ISO 20347, che riguarda le calzature da lavoro per usi generali prive di puntale di protezione: la norma tratta i rischi meccanici, la resistenza allo scivolamento, i rischi termici e il comportamento ergonomico della calzatura, e fra i requisiti opzionali prevede anche l’impermeabilità e la resistenza alla perforazione della suola. Quello che non copre è la protezione delle dita da urto e schiacciamento, che chiede il puntale delle scarpe antinfortunistiche. È la distinzione che inquadra la categoria: le calzature sanitarie per l’uso professionale sono trattate come calzature da lavoro, non come dispositivi contro urti o compressioni pesanti. Il rischio del lavoro sanitario non è il carico che cade: è il pavimento liscio e bagnato, la stanchezza che sale dalle gambe e le ore in piedi che, sommate, diventano anni di carriera.
I livelli, da OB in su, e quando compaiono in scheda
La norma parla per livelli: le calzature certificate secondo la UNI EN ISO 20347 sono classificate a partire da OB, il requisito di base, e salgono fino a O7, aggiungendo via via il tallone chiuso, l’assorbimento dell’energia nella zona del tallone, l’impermeabilità e la resistenza alla perforazione della suola. Su questa scala vale la pena sapere due cose. La prima è che i gradini più alti aggiungono protezioni nate per ambienti diversi dalla corsia, dai magazzini alle cucine industriali, e in reparto restano opzioni, non dotazione ordinaria. La seconda è pratica: la sigla del livello non compare su ogni scheda, perché la classificazione riguarda le calzature certificate secondo quello schema. Quando c’è, si legge e si confronta con il proprio ambiente; quando non c’è, si guardano i requisiti descritti uno per uno, a partire dalla suola antiscivolo, dai materiali della tomaia e dal peso, che il produttore dichiara comunque.
Il comfort come requisito tecnico
Nella calzatura sanitaria da lavoro il comfort non è mai un vezzo: è il requisito che decide la salute di chi la porta. Le calzature si scelgono anche in funzione della resistenza allo scivolamento e del comportamento ergonomico, perché sono requisiti espressamente trattati dalla ISO 20347 per le calzature occupazionali: l’ergonomia della calzatura è materia normata, non un’opinione di marketing. La ragione sta nei numeri del lavoro: il turno passato in piedi scarica su piedi, ginocchia e schiena migliaia di passi ogni giorno, e la scarpa che assorbe l’energia del tallone a ogni appoggio, sostiene la pianta e non scivola sul bagnato separa la stanchezza normale di fine turno dal dolore cronico. Chi gestisce squadre lo sa: la calzatura giusta è un investimento in giornate lavorative, perché i piedi che stanno bene tengono in piedi tutto il resto.
Chiusure, peso e taglie della scarpa sanitaria
Fra un modello e l’altro le differenze visibili sono poche, e pesano tutte. La chiusura per prima: i lacci tradizionali danno la regolazione più fine sul collo del piede, i lacci elastici tolgono il nodo e lasciano infilare la scarpa in un gesto solo, la chiusura a strappo in velcro si apre e si chiude con una mano e si allenta a metà turno, quando il piede si gonfia. Poi il peso, perché ogni grammo va moltiplicato per migliaia di passi: le versioni ultraleggere si sentono a fine giornata, e sono la scelta di chi cammina molto più che di chi sta fermo. Il colore è più una regola interna che un gusto, con il bianco che resta lo standard di molte strutture e il blu come alternativa dove il bianco non è imposto. Le taglie, infine, decidono tutto il resto: una scala che copre dalla trentaquattro alla quarantasette permette di vestire una squadra intera con lo stesso modello, e rende semplici i riordini negli anni.
Scarpe e zoccoli: le due famiglie
La calzatura sanitaria professionale vive in due forme principali: la scarpa chiusa di questa categoria, che avvolge il piede e lo tiene fermo nei movimenti rapidi, e lo zoccolo, aperto sul tallone o sabot, che privilegia l’aerazione e la facilità di infilata. La scelta è questione di mestiere e di abitudine: chi cammina molto tende alla scarpa chiusa che segue il piede, chi lavora più fermo apprezza lo zoccolo che respira, e le regole interne di alcune strutture orientano la decisione. Le due famiglie condividono i requisiti che contano, cioè antiscivolo, sanificabilità ed ergonomia: la forma cambia, il mestiere resta lo stesso.
Come scegliere le scarpe sanitarie
Su una scarpa da lavoro la scheda dice una parte, e il piede dice il resto. La suola apre l’elenco, perché il rischio del mestiere è lo scivolamento: si guardano il materiale e il disegno del battistrada, e dove il livello della norma è dichiarato lo si confronta con il pavimento su cui si cammina davvero ogni giorno. L’ergonomia viene dopo, con assorbimento del tallone, sostegno della pianta e peso contenuto: si sentono a fine turno, ed è lì che si giudicano. Poi la sanificabilità, perché la calzatura vive in ambienti che si puliscono di continuo e i materiali devono reggere lavaggi e prodotti. La chiusura chiude la lista e si sceglie sul gesto, fra laccio, elastico e strappo. Resta la taglia, che nessun requisito tecnico risolve. Una calzatura da lavoro si porta otto ore con le calze da servizio addosso, spesso su un piede che a metà turno non è più quello del mattino: la misura giusta è quella provata in quelle condizioni, non quella scritta sulle scarpe del tempo libero. Vale la pena stabilirla una volta sola e con calma, perché da lì in avanti si riordina per anni sempre la stessa.
Domande frequenti
Il riferimento è la UNI EN ISO 20347, che si occupa delle calzature da lavoro sprovviste di puntale e ne tratta rischi meccanici, tenuta sul bagnato, rischi termici e comportamento ergonomico. La classificazione va da OB, la base, fino a O7, e i gradini superiori introducono tallone chiuso, assorbimento dell'energia nella zona posteriore, impermeabilità e suola resistente alla perforazione. Manca invece la protezione delle dita da urti e schiacciamenti, che appartiene alle scarpe antinfortunistiche.
Cambia il mestiere, non la qualità. La forma chiusa tiene fermo il piede ed è più adatta a chi si muove molto e cambia direzione di continuo; il sabot lascia respirare e si infila in un attimo, comodo per chi resta a lungo nella stessa postazione. In diverse strutture la decisione è già presa dal regolamento interno. Antiscivolo, pulizia e sostegno del piede restano richiesti a entrambe le forme.
Provandola nelle condizioni in cui verrà usata: con la calza da servizio e, se possibile, non a inizio giornata, perché dopo qualche ora in piedi il piede cambia volume. Molte scale coprono dalla trentaquattro alla quarantasette, quindi il modello giusto esiste quasi sempre nella misura giusta. Una volta trovata, vale la pena annotarla per il personale e riordinare sempre quella: fa risparmiare resi e prove a ogni cambio di dotazione.