Monouso Ostetrico e Ginecologico
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Il monouso ostetrico e ginecologico è il consumabile che tiene pulita e sicura la visita: strumenti sterili in busta singola, che si aprono davanti alla paziente e si smaltiscono dopo di lei. In questa categoria trovi gli isterometri con cui si misura la cavità uterina, i kit per il posizionamento e la rimozione della spirale intrauterina, gli aghi per amniocentesi, le cupole per isterografia con i loro connettori, le pinzette ombelicali e il perforatore di membrana amniotica, insieme ai dilatatori cervicali e agli isterometri malleabili in metallo che accompagnano gli stessi gesti, per consultori, ambulatori, reparti e liberi professionisti. La logica è quella di tutto il monouso sanitario, portata in un ambito dove conta doppio: si lavora su mucose delicate e in un contesto dove la fiducia della paziente è parte della cura, e il pezzo nuovo che si apre in sua presenza è insieme una garanzia igienica e un messaggio di rispetto che non ha bisogno di parole.
Cosa comprende il monouso ostetrico e ginecologico
La definizione di partenza è regolatoria: il Regolamento UE 2017/745 chiama monouso il dispositivo destinato a essere utilizzato su una persona durante una singola procedura. Dentro quel perimetro, la ginecologia e l’ostetricia mettono strumenti che hanno ciascuno un gesto preciso. L’isterometro è la sonda graduata con cui si legge profondità e direzione della cavità uterina prima di una manovra: nella versione monouso è flessibile, sterile e calibrata in Charrière, in più diametri, e ne esiste anche il modello a doppia estremità. I kit per la spirale intrauterina raccolgono in una busta sola l’occorrente del posizionamento e della rimozione. Gli aghi per amniocentesi lavorano nella diagnosi prenatale invasiva, con calibri sottili e lunghezze che arrivano dove serve. Le cupole per isterografia, con il manipolatore e il connettore, servono lo studio radiologico della cavità. Chiudono il gruppo la pinzetta ombelicale, che serra il cordone alla nascita, e il perforatore di membrana amniotica.
Perché il monouso in ginecologia
La visita ginecologica è un contatto con mucose, secrezioni e, in ostetricia, con i fluidi del parto: il terreno dove il ricondizionamento incompleto di uno strumento costa di più. Il monouso taglia il problema alla radice: niente sterilizzazione da governare e documentare, niente dubbi sul vissuto dello strumento, una catena igienica che riparte da zero a ogni paziente. Su una parte di questi articoli la sterilità non è una comodità organizzativa ma il requisito clinico: l’ago da amniocentesi attraversa la parete addominale e il sacco amniotico, il kit della spirale entra in cavità uterina, e in entrambi i casi la busta integra è la prima condizione della procedura. C’è poi il piano organizzativo: il consultorio che macina visite in giornate piene non ha i tempi morti dell’autoclave, e la busta singola rende ogni ambulatorio, anche il più piccolo, capace di standard da ospedale. L’isterometro monouso aggiunge un pregio suo: flessibile com’è, segue l’asse del canale invece di imporlo.
Gli strumenti riutilizzabili accanto al monouso
In questa parte dell’ambulatorio, accanto ai dispositivi in busta, vivono anche ferri fatti per durare: gli isterometri malleabili in metallo, che si piegano a mano per seguire l’anteversione o la retroversione dell’utero e mantengono la curva impressa, e i set di dilatatori cervicali a diametri crescenti, che aprono il canale un passo alla volta. Sono strumenti che vivono di ricondizionamento, e vanno pensati con la testa opposta rispetto al monouso: lavaggio, controllo dell’integrità, sterilizzazione tracciata e abbastanza pezzi in dotazione da coprire il turno mentre l’autoclave lavora. Il criterio per decidere fra le due strade non è ideologico: pesano la frequenza della procedura, il tempo di ciclo dell’autoclave e il costo pieno del ricondizionamento, quello che comprende il personale e le registrazioni.
Leggere le schede: CE, latex free, sterilità
La valutazione d’acquisto in quest’area ha i suoi riferimenti fissi. La marcatura CE e la conformità al Regolamento UE 2017/745 sono il requisito centrale per ogni dispositivo medico; la documentazione tecnica può richiedere l’indicazione di uso singolo, le condizioni di conservazione e manipolazione, le istruzioni d’uso e le avvertenze. La classe di rischio va letta con attenzione, perché qui convivono dispositivi di classe bassa e dispositivi impiantabili di classe III, con obblighi documentali diversi. Alcuni capitolati chiedono poi caratteristiche di sicurezza specifiche, come il latex free e l’assenza di ftalati dichiarata in scheda tecnica: requisiti pensati per le allergie e per la delicatezza dei tessuti con cui questi dispositivi lavorano. E dove l’impiego lo prevede, la sterilità è parte della valutazione, con il metodo e la data di scadenza stampati sulla confezione.
Il monouso dentro l’ambulatorio ginecologico
Nel ramo ostetricia e ginecologia questi dispositivi sono la base d’appoggio di tutto il resto: gli speculum vaginali hanno la loro categoria dedicata, il materiale per il prelievo citologico serve lo screening, e intorno lavorano gli strumenti durevoli, dai colposcopi ai lettini. La divisione del lavoro è chiara: le macchine e gli arredi restano, il consumabile passa, e il flusso di un ambulatorio ben fornito prevede che il secondo non finisca mai, perché la visita che si ferma per un pezzo mancante è un appuntamento perso per la paziente e per il programma di screening che l’ha invitata. Vale la regola dei consumabili critici: scorta minima definita, riordino automatico al raggiungimento, e un armadio ordinato dove la busta giusta si trova al buio.
Come scegliere il monouso ostetrico e ginecologico in assortimento
Qui l’ordine nasce dalle schede tecniche, lette una voce alla volta. La conformità: marcatura CE e documentazione a posto per ogni codice, con latex free e assenza di ftalati dove i capitolati o la pratica li richiedono. La configurazione: sterile o pulito secondo l’impiego previsto, in busta singola o riutilizzabile secondo quanto spesso quella procedura torna in agenda. Le misure: i diametri in Charrière degli isterometri e i calibri degli aghi vanno tenuti nella gamma che le manovre reali richiedono, non in un formato solo. I volumi: scorte tarate sul calendario di visite e screening, con il margine per le giornate piene. La busta che si apre davanti alla paziente dice senza pronunciarla la cosa che conta, cioè che quel pezzo non ha mai toccato nessun altro ed è nato per questa visita.
Domande frequenti
Perché la visita lavora su mucose e fluidi, dove un ricondizionamento incompleto costa caro: il dispositivo destinato a una sola persona e a una sola procedura azzera la catena igienica a ogni paziente, senza sterilizzazioni da gestire e documentare. Negli studi piccoli significa standard elevati anche senza autoclave, e su manovre come l'amniocentesi o l'inserimento della spirale la busta integra è parte della procedura, non un dettaglio organizzativo.
Serve a misurare quanto è profonda la cavità uterina e in che direzione è orientata, informazione che precede manovre come l'inserimento di una spirale. La versione in busta sterile è flessibile, graduata e siglata in Charrière, quindi si prende nel diametro adatto alla paziente; quella in metallo si piega a mano, tiene la curva e torna in uso dopo il ciclo di sterilizzazione. Fra le due decide la frequenza con cui quella manovra si esegue.