Provette da Laboratorio
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Le provette da laboratorio sono il contenitore che dà forma al campione: cilindri di plastica in cui liquidi biologici, sedimenti e sospensioni viaggiano dal punto di raccolta al banco dell’analisi senza alterarsi lungo la strada. Sotto lo stesso nome stanno formati che servono a compiti diversi: le provette coniche da centrifuga, che reggono la forza del rotore e raccolgono il sedimento sulla punta, le provette da laboratorio cilindriche per la manipolazione e la conservazione, i contenitori per la raccolta delle urine, le microprovette dei piccoli volumi, e accanto a loro le rastrelliere che le tengono in piedi e i tappi che le chiudono, al banco di laboratori analisi, ambulatori medici, punti prelievo territoriali e strutture sanitarie di ogni dimensione. Una precisazione di perimetro aiuta a orientarsi: i contenitori per il prelievo venoso con additivo, quelli dal tappo colorato, sono un mondo normato a parte, con la ISO 6710 a fissarne requisiti e metodi di prova. Qui si parla invece delle provette senza additivo, cioè di quelle con cui il laboratorio lavora il campione dopo che è stato raccolto.
Le provette da laboratorio per la centrifuga
La centrifuga è il primo passaggio di quasi ogni preparazione, e la provetta che ci entra deve reggere l’accelerazione senza deformarsi e senza cedere: per questo ha pareti più spesse e un profilo studiato per distribuire la spinta. Il fondo conico è la caratteristica che la definisce: raccoglie il sedimento in un punto solo, così il concentrato resta compatto sulla punta e il liquido sovrastante si aspira con la pipetta senza rimescolare niente. I formati di uso corrente coprono i volumi piccoli e quelli medi, con i coni più capienti che montano una base d’appoggio, la gonna che permette di lasciarli in piedi sul banco anche fuori dalla rastrelliera. La graduazione stampata sulla parete serve a leggere il volume a occhio durante la preparazione, e un tappo che chiude a tenuta trattiene il contenuto anche mentre la provetta gira. Ogni scelta di forma, qui, risponde a un gesto preciso: separare le fasi e recuperarne una.
Provette cilindriche, graduate e microprovette
Le provette cilindriche sono l’attrezzo generico del banco: parete liscia, diametri e lunghezze che seguono i formati standard degli alloggiamenti, e proprio per questo entrano indifferentemente nelle rastrelliere, nei bagni termostatici e nelle sedi degli strumenti. Il bordo è un dettaglio che conta più di quanto sembri: la versione con il bordo estroflesso trattiene meglio il tappo e si impugna con più sicurezza, quella senza bordo scorre negli spazi stretti e si accosta meglio in fila. Anche la graduazione va decisa: serve dove il volume si controlla senza pipettare, è superflua dove il liquido arriva già misurato. Le microprovette coniche sono la stessa idea rimpicciolita, con volumi che stanno sotto i pochi millilitri: reggono la centrifuga da banco, si chiudono con il coperchio a scatto solidale al corpo e sono il contenitore delle aliquote, degli estratti e di tutto ciò che va conservato in piccola quantità.
Polipropilene e polistirene: il materiale delle provette da laboratorio
Le due plastiche che si incontrano più spesso hanno caratteri opposti, e sceglierle a caso si paga. Il polipropilene è traslucido, un po’ flessibile, tiene bene i solventi e le temperature basse e sopporta l’autoclave: è il materiale delle provette che devono girare in centrifuga, andare in congelatore o incontrare reagenti aggressivi. Il polistirene è rigido e trasparente come il vetro, quindi si legge meglio quando il campione va guardato o letto otticamente, costa meno e si presta all’uso di massa, ma non regge il vapore dell’autoclave e soffre parecchi solventi organici. La regola pratica sta in due domande: cosa toccherà quella provetta, e a quale temperatura. Se nella risposta compaiono alcol, cloroformio, congelamento o sterilizzazione a vapore, la strada è il polipropilene; se c’è soltanto la lettura di un campione acquoso a temperatura ambiente, il polistirene fa lo stesso lavoro spendendo meno.
Provette sterili e provette per urine
La sterilità non è un requisito universale: si sceglie sul percorso del campione. Serve quando il contenitore ospita una coltura, quando ciò che il contenitore porta con sé rischia di contaminare il materiale e falsarne l’esito, e in generale quando il campione ha una destinazione microbiologica; non serve dove la provetta è un passaggio meccanico dentro una preparazione chimica. La raccolta delle urine è il caso in cui la differenza si vede meglio: il contenitore sterile monouso protegge l’esame colturale, mentre la versione sottovuoto si riempie per trasferimento e viaggia chiusa fino al laboratorio, riducendo i travasi e le occasioni di contatto. Attorno a questa scelta ruota anche la conservazione, perché un campione che aspetta è un campione che cambia: il contenitore giusto serve a rallentare quel cambiamento, e la refertazione rapida a renderlo irrilevante.
Le provette nella diagnostica di laboratorio
Nel ramo diagnostica di laboratorio la provetta è il primo anello della catena analitica: il campione che contiene passa alle centrifughe da laboratorio che separano le fasi, arriva agli analizzatori da laboratorio che producono il dato, o si accosta ai test rapidi quando la risposta serve al momento, davanti al paziente. Intorno lavorano i due accessori che nessuno mette a preventivo e che poi servono ogni giorno: le rastrelliere, che tengono le provette in piedi in file ordinate e, quando sono in polipropilene, entrano in autoclave insieme al resto, e i tappi di ricambio, che si prendono sul diametro della provetta e chiudono ciò che deve viaggiare o aspettare. Ogni passaggio della catena presume che il primo sia stato fatto bene.
Come scegliere le provette da laboratorio in assortimento
L’ordine si compone guardando cosa succede al campione, non il listino. Il gesto: fondo conico dove il sedimento va ripreso con la pipetta, fondo tondo o piatto dove la provetta è soltanto un contenitore, base d’appoggio dove deve stare in piedi da sola. Il volume: il formato segue la quantità di campione e lo spazio di testa che la centrifuga e il tappo richiedono, perché una provetta riempita male lavora peggio in entrambe le direzioni. Il materiale: polipropilene dove ci sono solventi, freddo o autoclave, polistirene dove conta la trasparenza e il campione è acquoso. La sterilità: dichiarata dove il percorso del campione la impone, risparmiata dove non aggiunge niente. Il contorno: rastrelliere del diametro giusto e tappi della misura giusta, ordinati insieme alle provette e non tre settimane dopo. Una provetta ha un compito solo, consegnare al banco lo stesso campione che ha ricevuto, senza aggiungere e senza trattenere niente per strada.
Domande frequenti
Il primo è il materiale da fatica: regge solventi, freddo e sterilizzazione a vapore, quindi è la scelta obbligata per il congelatore, l'autoclave e i reagenti aggressivi. Il secondo è rigido e limpido, si legge benissimo e costa meno, ma con i solventi organici e con il calore va in difficoltà. Chi deve decidere guardi cosa entra nella provetta e a quale temperatura la si porterà: la risposta arriva da sola.
Perché al termine della rotazione tutto ciò che si è depositato finisce in un punto solo, sulla punta, invece di spalmarsi su un fondo largo. Il deposito resta compatto e il liquido sopra si aspira con la pipetta senza risollevarlo, che è esattamente lo scopo dell'operazione. I formati più capienti aggiungono una base d'appoggio, così la provetta sta in piedi sul banco anche senza rastrelliera.