Copriscarpe e Copristivali
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I copriscarpe e copristivali sono la protezione che entra dalla porta: le soprascarpe monouso che coprono le calzature di chiunque acceda ad ambienti puliti o protetti, e i calzari più alti che salgono a coprire anche la caviglia e il polpaccio negli ambienti dove il rischio lo richiede. In questa categoria trovi copriscarpe e copristivali per strutture sanitarie, laboratori, industrie alimentari e ambienti controllati, dentro il ramo dei dispositivi di protezione individuale dove accompagnano la vestizione insieme ai cappellini chirurgici e all’abbigliamento monouso. Il copriscarpe risolve un problema che nessun altro presidio copre: le suole delle scarpe portano dentro tutto ciò che hanno calpestato fuori, e la soluzione più semplice ed economica è avvolgerle. Fra copriscarpe e copristivale la differenza non è di grado ma di altezza, e a monte di tutto sta il materiale: da queste due variabili discendono la categoria DPI da rispettare e il modello da mettere sulla soglia.
I materiali: dal TNT alle plastiche
La famiglia dei copriscarpe si divide per materiali secondo l’uso previsto. Per le protezioni igienico-sanitarie i materiali citati includono il tessuto non tessuto in polipropilene, con processi come spunlace o spunbond: il TNT traspirante e leggero tipico della vestizione sanitaria, lo stesso mondo di materiali delle cuffie e dei camici monouso. Per i copriscarpe destinati agli usi dove conta l’impermeabilità sono documentati materiali plastici come CPE, PE e HDPE, con elastico sintetico o latex free nei modelli monouso: la plastica che non assorbe nulla e non lascia passare nulla, la scelta naturale degli ambienti umidi e delle lavorazioni con liquidi. È la prima domanda da farsi davanti allo scaffale dei modelli: serve un piede coperto e traspirante oppure un piede isolato dai liquidi, perché i due materiali rispondono a bisogni diversi e non si sostituiscono mai a vicenda.
Le categorie DPI: dal rischio minimo al biologico
Il copriscarpe è un dispositivo di protezione individuale, e come tale ha le sue categorie: le fonti tecniche classificano alcuni copriscarpe come DPI di I categoria per i rischi minimi, mentre le soluzioni per gli ambiti infettivi rientrano nella categoria III, la più alta. Per la protezione contro gli agenti infettivi i riferimenti sono precisi: i copriscarpe e i calzari destinati a questo impiego sono ricondotti alle norme UNI EN 14126, che specifica requisiti e metodi di prova per gli indumenti di protezione contro gli agenti infettivi, e UNI EN ISO 13688 per i requisiti generali. Sopra tutto sta il Regolamento (UE) 2016/425, che stabilisce che i materiali dei DPI, inclusi gli eventuali prodotti di decomposizione, non devono avere effetti negativi sulla salute o sulla sicurezza degli utilizzatori. La categoria giusta del dispositivo si sceglie sempre sul rischio reale dell’ambiente: il visitatore occasionale di un reparto e l’operatore di un laboratorio infettivologico non calzano lo stesso identico prodotto.
Copriscarpe o copristivale: quanta gamba coprire
La seconda scelta della famiglia riguarda l’altezza della copertura. Il copriscarpe classico avvolge la sola calzatura, con l’elastico che lo tiene alla caviglia: è il formato dei passaggi rapidi e delle visite guidate, quello che si infila con un gesto all’ingresso e si getta nel cestino all’uscita. Il copristivale sale a coprire la caviglia e parte della gamba: è il formato degli ambienti dove gli schizzi e i liquidi non si fermano al livello del pavimento, dalle lavorazioni alimentari fino ai contesti sanitari più esposti. In mezzo alle due versioni, la pratica quotidiana insegna un criterio molto semplice: la copertura deve sempre superare il punto dove il rischio arriva davvero, perché il calzare perfetto fino alla caviglia non serve a nulla se i liquidi arrivano al polpaccio. L’altezza della protezione si sceglie guardando il lavoro reale, non le voci del listino.
I copriscarpe nella vestizione
Nella catena della vestizione professionale il copriscarpe lavora al gradino più basso e spesso rappresenta il primo passaggio: si indossa all’ingresso dell’area protetta, prima o insieme alla cuffia per i capelli, e chiude dal basso lo stesso sistema di contenimento che il cappellino chiude dall’alto. La sua logistica è quella dei consumabili ad alto ricambio: si consuma a ogni accesso, e nei punti di passaggio più frequentati la scorta corre veloce verso il fondo, con i dispenser a parete o a pavimento che rendono il gesto automatico anche per chi non lo conosce. È il presidio dell’ospitalità igienica: il modo più semplice ed eloquente per dire a chiunque entri che quell’ambiente si difende dalla contaminazione, senza chiedere altro che un gesto di due secondi sulla soglia.
Come scegliere copriscarpe e copristivali
Prima di tutto il materiale, e senza scambiare i due mondi: polipropilene leggero dove basta coprire la suola e lasciare respirare il piede, plastica saldata dove il pavimento è bagnato e i liquidi non devono passare. La categoria del dispositivo viene subito dopo, prima per i rischi minimi e terza per gli ambiti infettivi, letta sul rischio documentato dell’ambiente e non sull’abitudine del reparto. L’altezza si decide guardando fin dove arrivano davvero gli schizzi: scarpa, caviglia o polpaccio, con le cuciture termosaldate dove la tenuta deve reggere anche sulle giunzioni e non solo sul tessuto. Resta il modo di indossarlo, che sembra un dettaglio e non lo è: l’elastico che tiene senza segare, la suola antiscivolo sui pavimenti appena lavati, e nei passaggi affollati il dispositivo a pavimento che avvolge la scarpa da solo, con i rotoli di ricambio da tenere nell’armadio accanto. Un presidio scomodo viene saltato, e un copriscarpe saltato lascia entrare esattamente quello che stava lì per fermare.
Domande frequenti
Rispondono a due bisogni opposti: il polipropilene non tessuto, ottenuto con lavorazioni spunlace o spunbond, respira ed è il materiale della copertura igienica in ambito sanitario, parente stretto di cuffie e camici; le plastiche CPE, PE e HDPE creano invece una pellicola stagna, quella che serve dove si lavora con acqua e liquidi. Uno traspira, l'altra isola: si sceglie in base al rischio, non al prezzo.
Sì, e la categoria racconta il rischio: per gli impieghi a rischio minimo bastano prodotti di I categoria, mentre gli ambiti con agenti infettivi richiedono la III, la più severa, con le prove della UNI EN 14126 e i requisiti generali della ISO 13688. A monte, il regolamento europeo sui DPI vieta materiali che possano nuocere alla salute di chi li indossa, prodotti di degradazione compresi.