Ortopedia e Compressione
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L’ortopedia e compressione è il ramo dei sostegni esterni: tutori, immobilizzazioni rigide, bendaggi funzionali e calze terapeutiche che aiutano ossa, articolazioni, muscoli e circolo venoso nei momenti in cui non ce la fanno da soli. In questa categoria trovi le famiglie del sostegno esterno, ciascuna con il suo momento nel percorso: i tutori ortopedici e i collari cervicali per il contenimento articolare, le steccobende e le bende gessate e seghe per gesso per le immobilizzazioni con le scarpe da gesso che le accompagnano, il taping kinesiologico per il supporto funzionale e le calze compressive per il versante venoso. Le due anime del ramo, quella ortopedica e quella compressiva, sembrano lontane e lavorano invece con la stessa logica: aggiungere dall’esterno una parte della funzione che il corpo, per un periodo, non riesce a esercitare da solo.
L’anima della compressione
Il versante compressivo del ramo lavora sul circolo venoso delle gambe. Le calze a elastocompressione si classificano per la pressione esercitata alla caviglia, espressa in millimetri di mercurio: le fonti tecniche citano una classificazione europea che distingue una fascia preventiva e più classi terapeutiche crescenti di intensità, con valori come 10-14 per la prevenzione, 15-21 per la compressione leggera e 23-32 per la moderata. Il principio che regge tutto è la gradualità: la compressione è decrescente dalla caviglia verso l’alto, il disegno tessile che favorisce il ritorno venoso verso il cuore e che distingue i dispositivi terapeutici veri da quelli solo preventivi. Le indicazioni disegnano il perimetro clinico: le calze elastiche terapeutiche sono indicate in quadri come varici, edema, esiti di scleroterapia, sindrome post-trombotica, insufficienza venosa profonda, linfedema e lipedema, con l’uso appropriato che dipende sempre dal disturbo specifico e dal livello di compressione che quel disturbo richiede.
La classe non è l’unica variabile. Cambia anche la lunghezza del presidio, e con essa il tratto di gamba su cui la pressione agisce: il gambaletto si ferma sotto il ginocchio e copre il distretto dove il ristagno comincia, l’autoreggente sale alla coscia e resta in sede grazie a una balza siliconata, il collant distribuisce la compressione su entrambe le gambe e chiude sull’addome con uno slip rinforzato. Accanto a queste vive una famiglia con un mestiere diverso: le calze antiembolo, pensate per il paziente allettato e per il decorso post operatorio, riconoscibili dal foro di ispezione sulla pianta che permette di controllare il piede senza sfilarle. Non sono calze per l’insufficienza venosa di chi cammina, servono a un altro rischio in un altro momento, e confonderle è l’errore più comune di questo scaffale.
L’anima ortopedica
Il versante ortopedico del ramo lavora su ossa, articolazioni e muscoli, e la riabilitazione ne detta tempi e modi. La letteratura tecnica ricorda che nelle condizioni della spalla il recupero si basa spesso su mobilizzazione e potenziamento muscolare, e deve procedere in modo progressivo, rispettando a ogni passaggio il dolore riferito e il range di movimento permesso: il sostegno esterno accompagna il percorso riabilitativo, non lo sostituisce mai. I tempi cambiano con le procedure: dopo gli interventi alla spalla si riporta l’inizio del trattamento riabilitativo dal giorno successivo per le protesi, dopo quindici giorni per gli interventi artroscopici e dopo trenta per le fratture con osteosintesi. Anche il ginocchio ha le sue linee guida di riabilitazione basate sull’evidenza, incluse le lesioni meniscali e della cartilagine articolare: il tutore giusto entra in questi programmi come uno strumento fra gli altri, con il suo momento preciso e la sua durata prevista.
Dal trauma al ritorno: la filiera del sostegno
Le famiglie del ramo si susseguono in modo naturale lungo il percorso del paziente. Nel momento acuto del trauma lavorano le immobilizzazioni: le steccobende, modellabili o a depressione, e i collari cervicali per il primo contenimento, poi le bende per l’immobilizzazione destinata a durare settimane, nella versione in gesso tradizionale o in quella sintetica, più leggera e più tollerante con l’acqua, con le seghe oscillanti che chiudono il ciclo alla rimozione e le scarpe da gesso che rendono possibile camminare nel frattempo. Nella fase di recupero entrano in scena i tutori, che dosano il contenimento articolare sul programma riabilitativo, alcuni con snodo regolabile a gradi per aprire il movimento un passo alla volta, e il taping kinesiologico, il supporto funzionale a nastro che accompagna il movimento invece di limitarlo. La formazione sanitaria descrive la traumatologia di ginocchio e spalla come ambiti che richiedono programmi riabilitativi strutturati, per la spalla con le due fasi operative di mobilizzazione e potenziamento: la dotazione di questo ramo esiste per servire esattamente questi programmi, fase dopo fase.
Il ramo nel catalogo sanitario
Dentro gli articoli sanitari l’ortopedia e compressione è il ramo del dopo: dopo il trauma acuto, dopo l’intervento chirurgico, dopo la diagnosi vascolare che chiede un sostegno esterno. Dialoga con la riabilitazione e mobilità, che ne prosegue naturalmente il lavoro quando dal contenimento si passa al movimento attivo, e con l’emergenza e rianimazione, dove le immobilizzazioni cominciano spesso il loro servizio. È un ramo del catalogo che accompagna interi percorsi più che singoli momenti: il paziente che entra con una steccobenda spesso ne esce, mesi dopo, con un tutore leggero e un programma di esercizi da seguire.
Come orientarsi nel ramo ortopedia e compressione
Il percorso clinico conta più dell’ordine del catalogo: ogni presidio ha il suo momento preciso dentro un programma di cura, e la scelta segue l’indicazione clinica di quel momento. Le classi e le taglie vengono subito dopo, perché nella compressione la classe è la dose e la taglia è la condizione perché quella dose arrivi davvero alla gamba, mentre in un tutore la misura sbagliata annulla il contenimento che si stava cercando. C’è poi la progressione: i programmi riabilitativi cambiano fase nel corso delle settimane, e la dotazione deve poter cambiare con loro, dal contenimento rigido dell’inizio al supporto elastico del ritorno al movimento. E c’è la praticità quotidiana, il criterio meno tecnico e il più decisivo di tutti: il presidio che il paziente riesce a mettere da solo e a portare per tutte le ore prescritte è l’unico che stia davvero lavorando. Un tutore in fondo a un cassetto e una calza che nessuno riesce a infilare hanno la stessa efficacia clinica, cioè nessuna.
Domande frequenti
Nei quadri venosi che la letteratura tecnica elenca: vene varicose e gonfiore, linfedema e lipedema, danno venoso profondo, il corteo che segue una trombosi, il periodo dopo una scleroterapia. La dose si legge in mmHg alla caviglia e sale per gradi, da una fascia puramente preventiva alle classi terapeutiche via via più intense. A stabilire quale serva è il quadro clinico, non lo scaffale.
No, e lo scambio è frequente. La calza a compressione graduata accompagna il disturbo venoso di chi cammina, con la classe scelta sul quadro clinico. La calza antiembolo nasce per il paziente allettato e per il decorso post operatorio, quando il rischio da contrastare è la stasi dell'immobilità: la sua compressione è tarata su quella situazione, e l'apertura sotto le dita esiste per guardare il piede lasciando la calza dov'è. Sono due presidi con due indicazioni distinte, non due qualità dello stesso prodotto.
I tempi seguono la procedura eseguita. Per la spalla si parte dal giorno dopo quando è stata impiantata una protesi, da circa due settimane quando l'intervento è avvenuto in artroscopia, da un mese quando la frattura è stata trattata con osteosintesi. Il cammino resta graduale, fra mobilizzazione e potenziamento, senza forzare il dolore né l'escursione concessa: ogni tutore e ogni supporto ha la sua fase e finisce di servire quando quella fase è chiusa.