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Glossario

Sterilizzazione a vapore

Il vapore saturo cede calore condensando

La sterilizzazione a vapore è un processo a calore umido: l’agente è vapore acqueo saturo sotto pressione, e il contenitore in cui avviene è l’autoclave, una camera a chiusura ermetica avvolta da un’intercapedine e servita da una pompa che ne estrae l’aria.

La ragione della sua efficacia sta in un passaggio di stato. Quando il vapore incontra una superficie più fredda condensa, e nel condensare le restituisce tutto il calore che era servito a farlo evaporare. È un trasferimento rapido e concentrato proprio dove serve, sulla superficie dell’oggetto; l’aria calda, a parità di temperatura, non ha niente di simile da cedere.

C’è anche una ragione biologica. In ambiente umido le proteine dei microrganismi sono meno stabili e cedono a temperature più basse e in tempi più brevi di quanto occorrerebbe a secco. Da qui la differenza pratica fra i due metodi: il calore umido lavora intorno ai 120-134 °C in minuti, il calore secco richiede temperature più alte e tempi molto più lunghi.

Temperatura, pressione e tempo del vapore saturo

Nel vapore saturo temperatura e pressione non sono due manopole indipendenti: sono legate. Alzare la pressione significa alzare la temperatura di equilibrio del vapore, ed è l’unico modo per superare i 100 °C che l’acqua raggiunge in un recipiente aperto al livello del mare.

Le tabelle del vapore saturo richiamate dalla normativa tecnica danno i valori assoluti: circa 1.014 mbar a 100 °C, circa 2.050 mbar a 121 °C, circa 3.042 mbar a 134 °C. Sono numeri di riferimento, e servono a verificare: se durante il periodo di plateau la coppia temperatura e pressione misurate nella camera non corrisponde alla tabella, il vapore non è saturo, e la ragione più frequente è che dentro sia rimasta dell’aria.

Il terzo parametro è il tempo. I cicli correnti sono due: 121 °C per i materiali che temperature più alte danneggerebbero, e 134 °C per lo strumentario chirurgico, la teleria e le medicazioni. Il tempo di mantenimento non è un numero universale: 121 °C per quindici minuti è il riferimento classico per la distruzione delle spore, ma la durata effettiva dipende dal ciclo convalidato e dalle indicazioni nazionali, e a 134 °C si va dai pochi minuti fino a diciotto in alcune linee guida.

L’aria residua fa fallire la sterilizzazione

L’aria è il nemico del processo, e per una ragione meccanica: dove resta una bolla d’aria il vapore non arriva, quella zona non riceve il calore di condensazione e resta più fredda del resto della camera. Il tempo necessario a uccidere i microrganismi si allunga in proporzione all’aria presente nel vapore.

Le autoclavi più semplici rimuovono l’aria per gravità, sfruttando il fatto che il vapore è più leggero e la spinge verso il basso e fuori. Funziona con i liquidi e con i solidi nudi, non con i materiali porosi e con i corpi cavi, dove l’aria resta intrappolata. Da qui il vuoto frazionato: una successione di vuoti e immissioni di vapore che diluisce progressivamente l’aria residua invece di tentare di cacciarla in una volta sola.

Perché il vuoto serva a qualcosa la camera deve tenere. La prova di tenuta al vuoto misura di quanto risale la pressione a pompa ferma e camera isolata: nelle grandi sterilizzatrici il criterio è che l’aumento resti entro poco più di un millibar al minuto.

Carichi solidi, porosi e cavi davanti al vapore

I carichi si distinguono per la difficoltà che oppongono al vapore. I solidi senza cavità sono i più facili. I materiali porosi, cioè teleria, garze, tessuti, trattengono aria prima del ciclo e umidità dopo, e vanno inclusi nella convalida se poi si trattano di routine. I corpi cavi sono i più ostici, e si distinguono in cavità strette e profonde e cavità larghe e poco profonde: le prime sono il caso peggiore e per rappresentarle si usano appositi dispositivi di prova.

Il confezionamento fa parte del carico. Contenitori, buste in carta e film, tessuto non tessuto oppongono resistenze diverse all’uscita dell’aria, all’ingresso del vapore e all’asciugatura, e un cambio di imballaggio è motivo di riqualifica. L’asciugatura non è un dettaglio estetico: un pacco che esce umido non mantiene la barriera nel tempo.

Indicatori chimici, biologici e prove di penetrazione

Il controllo di un ciclo si fa su tre piani. I dati fisici registrati dalla macchina sono il primo: tempo, temperatura, pressione, andamento del vuoto. Gli indicatori chimici sono il secondo, e sono di tipi diversi. Quelli di processo, applicati fuori dalla confezione, dicono solo che il pacco è passato in autoclave e servono a non confondere il trattato con il non trattato. Altri tipi rispondono a più variabili insieme, fino a quelli che emulano i parametri di un ciclo specifico.

Il terzo piano è biologico: spore di un microrganismo molto resistente al calore umido vengono esposte al ciclo e poi incubate, con una controprova non sterilizzata. Il risultato non è immediato, perché bisogna attendere l’eventuale crescita, ed è per questo che accompagna il rilascio dei materiali più critici e non ogni carico.

A parte sta la prova di penetrazione del vapore, il test di Bowie e Dick, che non misura la sterilità ma la capacità della macchina di rimuovere l’aria da un pacco poroso. Si esegue a camera vuota, a inizio giornata, con un tempo di esposizione di 210 secondi a 134 °C.

Le norme della sterilizzazione a vapore

Il processo è descritto dalla UNI EN ISO 17665:2024, che fissa i requisiti per lo sviluppo, la convalida e il controllo di routine della sterilizzazione a calore umido dei dispositivi medici. Le macchine hanno norme proprie a seconda della taglia: la UNI EN 285:2021 per le grandi sterilizzatrici a vapore, la UNI EN 13060:2025 per le piccole, quelle con camera sotto i 60 litri, che distinguono i cicli in tipo B, tipo N e tipo S a seconda dei carichi ammessi.

Gli strumenti di verifica hanno le loro: la UNI EN ISO 11140-1:2015 per i requisiti generali degli indicatori chimici, la UNI EN ISO 11140-4:2007 per l’indicatore alternativo alla prova di Bowie e Dick, la UNI EN ISO 11138-3:2017 per gli indicatori biologici destinati al calore umido. La parola sterile, infine, è definita dalla UNI EN 556-1:2024: per marcare così un dispositivo sterilizzato terminalmente, la probabilità che su un’unità sia presente un microrganismo vitale deve essere non superiore a uno su un milione.

Vapore, calore secco e ossido di etilene

Rispetto al calore secco la differenza è l’acqua: il calore umido arriva allo stesso risultato a temperature più basse e in tempi molto più corti, perché la condensazione trasporta energia che l’aria calda non trasporta. La stufa a secco resta per ciò che l’umidità rovina o che il vapore non bagna, come polveri, oli e vetreria.

Rispetto all’ossido di etilene e agli altri metodi a bassa temperatura la differenza è il materiale. Il gas resta sotto i 60 °C e raggiunge oggetti che a 134 °C si deformerebbero, ma richiede un ciclo di ore e una fase di desorbimento prima che il prodotto sia utilizzabile. Il vapore non lascia residui da estrarre e chiude in minuti: per tutto ciò che regge il calore resta la strada più breve.

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