Un virus non si uccide, si inattiva
Fuori da una cellula un virus non ha metabolismo proprio: non si nutre, non si divide, non c’è una crescita da fermare. Per questo accanto a virucida non esiste un corrispettivo virustatico, mentre per i batteri la coppia con batteriostatico esiste. Quello che un agente può fare a una particella virale è toglierle la capacità di infettare una cellula, e nei testi normativi europei l’azione si chiama appunto inattivazione.
La definizione tecnica di attività virucida è la capacità di ridurre il numero di particelle virali infettanti di organismi di prova pertinenti, in condizioni definite. Le due parti che contano sono le ultime: quali virus, e a quali condizioni. Senza di esse la parola non individua niente.
Come si misura l’attività virucida
Il virus non si conta al microscopio, si titola su colture cellulari. La sospensione virale viene diluita in serie e depositata su strati di cellule sensibili; dopo l’incubazione si osserva in quali pozzetti compare l’effetto citopatico, cioè il danno visibile che l’infezione produce nelle cellule. Dal numero di diluizioni in cui le cellule si infettano si ricava, di solito col metodo di Spearman-Karber, la dose infettante il 50 per cento delle colture, la TCID50, espressa per millilitro.
L’esito della prova è la differenza fra il titolo prima e dopo il trattamento, entrambi in logaritmo decimale di TCID50: si chiama fattore di riduzione ed è quello che nei rapporti compare come riduzione di quattro logaritmi. Non è una percentuale di virus morti, perché qui la vitalità non si misura: è perdita di titolo infettante.
Un ostacolo metodologico accompagna tutta la titolazione: il prodotto in esame è a sua volta dannoso per le cellule del monostrato. Se non viene allontanato o diluito prima di arrivare sulle colture, il danno che produce si somma all’effetto citopatico del virus, e il titolo residuo viene letto più basso di quanto sia. Per questo la citotossicità del campione si determina a parte, con controlli propri, e il prodotto viene rimosso o portato sotto la soglia in cui interferisce.
I tre livelli della dichiarazione virucida
La prova di riferimento in area medica è la EN 14476, prova quantitativa in sospensione classificata come fase 2, primo passo. Distingue tre livelli, che non sono gradazioni della stessa affermazione ma affermazioni diverse.
- Attività virucida: si verifica su poliovirus, adenovirus e norovirus murino, quest’ultimo usato come surrogato del norovirus umano.
- Attività virucida a spettro limitato: si verifica su adenovirus e norovirus murino, senza il poliovirus.
- Attività sui virus con involucro: si verifica sul virus vaccinico.
Il requisito minimo è una riduzione di almeno quattro logaritmi del titolo virale; per il lavaggio igienico delle mani la norma indica almeno due logaritmi sul virus vaccinico. I tempi di contatto vanno da 30 a 120 secondi per frizione e lavaggio delle mani e non oltre sessanta minuti per strumenti e superfici, con temperature di prova che partono da 20 gradi.
Perché il poliovirus è il più duro dei tre
La scala dei tre livelli non è arbitraria: rispecchia una gerarchia di resistenza che dipende da come la particella è costruita. I virus con involucro portano attorno al capside una membrana lipidica derivata dalla cellula ospite, ed è la parte più fragile: i tensioattivi e i solventi dei lipidi la disorganizzano, e senza involucro la particella non è più infettante.
I virus che l’involucro non ce l’hanno espongono all’esterno il solo capside proteico, e i più piccoli e compatti sono i più difficili da inattivare. Il poliovirus è stabile agli acidi, non risente dei solventi dei lipidi come l’etere e regge la maggior parte dei detergenti: per questo la norma lo tiene come metro della dichiarazione più ampia. Superarla implica aver superato anche le altre due, mentre il contrario non vale.
Sospensione, superficie, strumenti: le prove virucide
La prova in sospensione mette prodotto e virus nello stesso liquido, che è la condizione più favorevole al prodotto. Per questo la famiglia prosegue con prove che riproducono l’impiego. La EN 16777 è una prova su superficie non porosa senza azione meccanica per l’area medica, di fase 2 secondo passo, e chiede anch’essa almeno quattro logaritmi di riduzione del titolo. La EN 17111 è una prova su supporto per i disinfettanti degli strumenti per immersione.
A dire quale di queste prove sostiene quale dichiarazione, e quando una sola non basta, è la norma quadro EN 14885:2022, che le dispone per area d’uso, tipo di applicazione e condizioni d’impiego. Un’attività virucida dimostrata solo in sospensione e una dimostrata anche su superficie non sono la stessa affermazione, ed è lì che la differenza viene registrata.
Virucida e antivirale non sono la stessa cosa
L’equivoco più diffuso nel linguaggio comune è chiamare virucida un antivirale. Un farmaco antivirale agisce dentro l’organismo e interferisce con la replicazione del virus nella cellula; un virucida agisce fuori, sulla particella, su superfici, strumenti, cute o tessili. Sono due cose distinte anche quando la molecola di partenza è la stessa, e finiscono in due quadri normativi che non si toccano.
La parola non copre poi batteri, lieviti e funghi: ognuna di quelle dichiarazioni poggia su norme proprie, con organismi e soglie proprie, e un prodotto può averne una senza avere le altre. Tace anche su quali virus in circolazione siano stati messi alla prova, perché quelli della norma sono rappresentanti scelti per la loro resistenza e non un elenco di agenti clinici.
Resta il livello della dichiarazione, che va letto per intero. Attività virucida a spettro limitato non è una versione attenuata dell’attività virucida: è l’esito di una prova condotta su due virus invece che su tre, e il virus che manca è proprio il più resistente. Una dicitura fermata alla sola parola, senza il livello, senza la sigla della norma e senza le condizioni in cui la prova si è svolta, lascia fuori l’informazione che distingue i tre casi, cioè quasi tutto quello che c’era da sapere.