Un pannello rigido su cui il corpo resta in asse
La tavola spinale è un pannello piatto e rigido, in materiale plastico, su cui una persona con sospetto trauma della colonna viene adagiata supina e fissata con cinghie, perché tronco, bacino e capo si muovano insieme al piano e non l’uno rispetto all’altro. Non è una barella nel senso corrente del termine: non ha ruote, non ha telaio, non si allunga. È una superficie che non si flette, e tutto il suo lavoro sta lì.
Il principio è meccanico prima che clinico. Un corpo appoggiato su un piano cedevole segue le curve del piano; appoggiato su un piano che non cede, e trattenuto da cinghie che tirano verso il piano, mantiene la posizione in cui è stato messo mentre viene sollevato, ruotato o portato lungo una scala. Il presidio non annulla un movimento già avvenuto: limita quelli che avverrebbero durante la movimentazione.
Di che cosa è fatta una tavola spinale
Il materiale corrente è il polietilene, spesso ad alta densità, stampato in un guscio unico oppure in due semigusci uniti attorno a un’anima di schiuma: quest’ultima soluzione dà i modelli galleggianti, usati nel soccorso in acqua. Le istruzioni d’uso di un fabbricante italiano descrivono un dispositivo interamente in plastica, privo di parti metalliche e di leghe ferrose, lungo circa 180 cm, largo 45 e pesante poco più di 8 kg.
L’assenza di metallo non è un dettaglio costruttivo. Il polietilene è fatto di carbonio e idrogeno, elementi di numero atomico basso, e attenua poco i raggi X: la tavola può restare sotto il paziente durante una radiografia senza stampare sull’immagine ombre che coprano ciò che si sta guardando, e le schede tecniche parlano infatti di radiotraslucenza. La superficie chiusa e non porosa serve invece alla pulizia, che si fa con acqua tiepida e detergente neutro seguiti da disinfezione dopo ogni impiego.
Perni, maniglie e cinghie a ragno
Lungo il perimetro la tavola porta una serie di asole ricavate nello spessore, che fanno insieme da presa e da punto di ancoraggio: su un modello se ne contano ventuno, dieci per lato lungo e una al piede. I perni di bloccaggio sono nottolini inseriti in quelle asole, e servono a due cose: si agganciano le cinghie senza infilarle a mano ogni volta, e la cinghia tira contro un punto fisso invece che contro il bordo.
Il sistema di cinghie più diffuso è il ragno, un fascio che parte da una cinghia verticale centrale e si apre a V verso le spalle, poi passa al torace sotto la linea mammaria, sulle creste iliache, sopra il ginocchio e sopra la caviglia. Le schede di valutazione dei soccorritori chiedono di tirare le due metà con forza uguale, controllando che torace e addome restino liberi di espandersi. Il capo si fissa a parte, con il fermacapo.
Portata dichiarata e tempo di applicazione
La portata non ha un valore unico di categoria: la dichiara il fabbricante per il singolo modello. Le istruzioni citate sopra indicano 150 kg come peso massimo del paziente e classificano il presidio come dispositivo medico di classe I secondo il regolamento europeo 2017/745; altri fabbricanti dichiarano valori più alti. L’ordine di grandezza va da centocinquanta chilogrammi a qualche centinaio, e il numero che vale è quello scritto sul manuale di quel modello.
Lo stesso documento fissa un limite di durata che spesso passa inosservato: uso temporaneo, al massimo 60 minuti consecutivi sullo stesso paziente. Dichiara anche un campo di impiego e conservazione fra dieci gradi sotto zero e cinquanta sopra, e una vita utile di cinque anni dalla fabbricazione. La movimentazione richiede almeno due operatori addestrati, quattro sulle scale, sulle salite o con pazienti pesanti.
Che cosa dicono le linee guida sull’immobilizzazione spinale
Su questo presidio le società scientifiche del soccorso hanno cambiato posizione, e il fatto va detto per intero. Nella presa di posizione della National Association of EMS Physicians e dell’American College of Surgeons Committee on Trauma, pubblicata su Prehospital Emergency Care nel 2013, si legge che il beneficio delle tavole lunghe è in larga parte non dimostrato, che il presidio può indurre dolore, agitazione e compromissione respiratoria e ridurre la perfusione dei tessuti nei punti di appoggio, e che il paziente va tolto dalla tavola appena possibile una volta in pronto soccorso.
Il documento congiunto del 2018, firmato dalle stesse società insieme all’American College of Emergency Physicians, assegna al presidio il terreno che gli resta: tavola lunga, barella a cucchiaio o materassino a depressione si usano per assistere il trasferimento, e una volta che la persona è sistemata sulla barella dell’ambulanza va valutata la rimozione del dispositivo di estricazione. Strumento per spostare, quindi, più che superficie su cui restare.
Le alternative alla tavola, dal cucchiaio al materassino a depressione
La barella a cucchiaio si divide in due valve che si infilano ai lati della persona e si richiudono sotto di lei: raccoglie senza doverla ruotare, ed è per questo che nei protocolli compare come alternativa nella fase di prelievo. Il materassino a depressione è un sacco riempito di microsfere che si irrigidisce nella forma in cui è stato modellato quando se ne aspira l’aria: si adatta al corpo invece di imporgli un piano.
Rispetto a entrambi la tavola è il pezzo più semplice da pulire e l’unico che regge da solo il peso di una persona portata a braccia lungo una tromba di scale. Ne esistono versioni pediatriche, più corte, e versioni galleggianti. Il fermacapo, le cinghie e il collare cervicale sono presidi distinti che lavorano insieme alla tavola e non ne fanno parte.