I due cunei che chiudono il capo ai lati
Il fermacapo è il presidio che immobilizza la testa di una persona già distesa su una tavola spinale o su una barella a cucchiaio. Non è un pezzo unico: sono due blocchi laterali di forma trapezoidale, fissati a una base che a sua volta si ancora al piano rigido, più due cinghie che passano sopra la fronte e sopra il mento o la parte anteriore del collare. Nel linguaggio dei mezzi di soccorso i due blocchi si chiamano anche cunei, per la forma.
Il lavoro che fa è geometrico. Un capo appoggiato su un piano può ancora ruotare attorno all’asse verticale, inclinarsi verso una spalla e flettersi in avanti o indietro. I due blocchi, premuti contro le superfici laterali del cranio nella regione temporo-parietale, tolgono la rotazione e l’inclinazione laterale, perché la testa non ha più spazio per andare da nessuna delle due parti. Le cinghie chiudono quello che resta, cioè la flessione e l’estensione.
Come è fatto un fermacapo
La base è una tavoletta rivestita, dotata di anelli a D lungo i bordi: un modello ne ha otto. Si appoggia sul piano rigido e si fissa facendo passare una cinghia nel foro centrale della tavola spinale e riportandola su sé stessa con la chiusura a strappo, poi si assicurano i due lati con altre due cinghie passate sotto la tavola. I blocchi si posizionano uno per volta, il primo prima di appoggiare la testa e il secondo dopo, regolandone la distanza.
I materiali sono schiume a cellule chiuse rivestite di tessuto plastificato oppure elementi stampati: superficie impermeabile, lavabile con detergente neutro, nessuna parte metallica. Le istruzioni d’uso dichiarano materiali radiotrasparenti, compatibili con radiografia, tomografia computerizzata e risonanza magnetica, così che il presidio resti al suo posto mentre il paziente viene esaminato. Le versioni pediatriche sono più piccole e più basse, perché la testa di un bambino ha proporzioni diverse rispetto al tronco.
La forma trapezoidale ha una ragione statica: la faccia appoggiata al piano è più larga di quella che tocca la testa, e un blocco con la base larga non si ribalta verso l’esterno quando la cinghia viene tesa. Le facce interne sono spesso sagomate, in modo da appoggiare su una superficie invece che su due spigoli. Le chiusure a strappo non vanno tenute a lungo in immersione, perché perdono presa, e il presidio va asciugato prima di essere riposto.
I fori auricolari e a che cosa servono
Ciascun blocco ha un’apertura circolare posta in corrispondenza dell’orecchio, ed è la parte del presidio che spiega meglio come è stato pensato. Serve a guardare: attraverso il foro si osserva se dall’orecchio esce sangue o liquido, un segno che in un trauma cranico va cercato e che sparirebbe sotto un blocco pieno. Le istruzioni d’uso lo scrivono con queste parole, cioè che le aperture nei blocchi permettono di sorvegliare sanguinamenti o fuoriuscite di liquido dalle orecchie.
Il secondo effetto è che la persona continua a sentire. Chi è immobilizzato così non vede quasi nulla, perché i blocchi gli chiudono il campo visivo laterale, e la voce dell’operatore resta l’unico canale rimasto aperto. Un blocco chiuso lo isolerebbe. I fori hanno quindi due funzioni sovrapposte, una di osservazione e una di comunicazione, e sono l’elemento che distingue un fermacapo da un paio di cuscini di contenimento.
Il fermacapo lavora solo se il tronco è già fissato
L’ordine delle manovre non è arbitrario. Nelle schede di valutazione usate per certificare i soccorritori il presidio viene dopo il ragno: prima si posizionano le cinghie sulle spalle, al torace, sulle creste iliache, sopra il ginocchio e sopra la caviglia, poi i due blocchi, poi i cinghioli sulla fronte e sul collare, fissati in modo incrociato. Solo a quel punto la scheda prevede che l’operatore che sostiene il capo con le mani possa lasciare la presa.
La ragione sta nella catena dei vincoli: bloccare la testa a un piano a cui il tronco non è ancora fissato crea una leva fra due parti che possono ancora muoversi l’una rispetto all’altra. Vale anche il contrario: senza le due cinghie i soli blocchi laterali servono a poco, e le fonti che descrivono il presidio lo dicono in modo esplicito. Non è un accessorio autonomo, è l’ultimo anello di una sequenza.
Il fermacapo non è un collare e non è un ragno
Il collare cervicale si indossa e limita il movimento del rachide cervicale ovunque la persona si trovi, anche in piedi; il fermacapo non si indossa, lavora fra il capo e un piano rigido e senza quel piano non esiste. Il ragno è il sistema di cinghie che tiene tronco e arti sulla tavola: stesso contesto, altra parte del corpo. Sono tre presidi distinti e i protocolli li usano insieme, non in alternativa.
Per questo oggetto non esiste una norma tecnica dedicata né una monografia di farmacopea. Nelle fonti tecniche compare come dispositivo medico di immobilizzazione, con requisiti descritti nelle istruzioni del fabbricante, dalla compatibilità con la tavola spinale alla lavabilità dei materiali. I nomi sulle etichette variano, da immobilizzatore testa a fermatesta, e indicano lo stesso oggetto.
Le istruzioni fissano però due limiti che valgono per tutti i modelli. Il primo riguarda le cinghie, che non vanno strette oltre il necessario e non devono ostacolare le vie aeree. Il secondo riguarda i blocchi: le istruzioni chiedono di evitare sia una pressione eccessiva sia uno spazio eccessivo fra i due, perché nel primo caso il capo viene compresso e nel secondo resta libero di muoversi. Il presidio lavora dentro una finestra stretta, e regolarlo significa centrarla.