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Glossario

Poliglactina 910

Novanta parti di glicolide, dieci di L-lattide

La poliglactina 910 è un copolimero sintetico assorbibile costruito con due monomeri ciclici: il glicolide, per il 90%, e l’L-lattide, per il 10%. Non è una miscela di due polimeri ma una catena sola in cui le due unità si susseguono. L’unità che viene dal lattide porta un gruppo metile laterale che quella del glicolide non ha, e basta quel gruppo a rendere la catena meno regolare rispetto all’omopolimero del glicolide.

Il numero fa parte del nome del materiale e serve a fissare la proporzione. Esiste infatti anche una poliglactina 370, copolimero degli stessi due monomeri in parti uguali, che non si usa per fare il filo: serve a rivestirlo. Senza il numero, la parola non identifica una composizione precisa, e due poliglactine con numero diverso sono due materiali diversi.

Come è costruito un filo di poliglactina 910

Il filo è intrecciato e rivestito, e le istruzioni d’uso descrivono il rivestimento come una miscela in parti uguali di poliglactina 370 e stearato di calcio. La scelta ha una conseguenza che vale la pena notare: il rivestimento è a sua volta un copolimero degli stessi due monomeri, quindi si degrada con lo stesso meccanismo del filo e non lascia nel tessuto un residuo di natura diversa.

La versione tinta usa un colorante violetto identificato dall’indice colore 60725, aggiunto durante la polimerizzazione e non applicato a filo finito; accanto a essa esiste sempre una versione incolore. Il filo è fornito nudo oppure con l’ago già fissato in modo permanente, e le stesse istruzioni dichiarano la conformità sia alla farmacopea statunitense sia a quella europea, riportando la tabella che lega ciascun calibro alla banda di diametro corrispondente.

Due acidi alla fine dell’idrolisi

La degradazione avviene per idrolisi: l’acqua rompe i legami estere e la catena si spezza in frammenti sempre più corti. A differenza dell’omopolimero, i prodotti finali sono due, acido glicolico e acido lattico, entrambi assorbiti e metabolizzati dall’organismo. Anche qui l’assorbimento comincia come perdita di resistenza e prosegue come perdita di massa, nell’ordine e non insieme. Il glicolide restituisce acido glicolico e il lattide acido lattico: due molecole che l’organismo tratta per vie già sue, senza bisogno di un percorso di smaltimento dedicato.

Nei copolimeri di glicolide e lattide la proporzione fra i due monomeri è la variabile che sposta la velocità con cui l’acqua riesce a lavorare sulla catena, ed è il motivo per cui il numero accanto al nome pesa quanto il nome stesso.

Quanto tiene e in quanto si riassorbe la poliglactina 910

Una istruzione d’uso, su impianti in ratti, misura il 94% della resistenza alla trazione originaria a una settimana dall’impianto, il 75% a due settimane, il 49% a tre e il 27% a quattro. Una scheda tecnica indipendente indica valori vicini, attorno al 75% a 14 giorni e al 50% a 21, il che rende il profilo abbastanza stabile fra le fonti. Le percentuali si riferiscono al filo impiantato e vengono da prove su animali: descrivono un comportamento, non fissano una scadenza.

Il riassorbimento totale è dato fra 56 e 70 giorni, sempre per idrolisi, con una avvertenza che le fonti ripetono e che vale per tutta la famiglia: il tempo cambia con il calibro del filo, con il tessuto in cui è posato e con le condizioni fisiologiche di chi lo porta. Il calibro pesa perché quello che va sciolto è una massa: un filo grosso conserva materiale più a lungo di uno fine posato nello stesso tessuto. Le due grandezze non vanno sommate né scambiate. A quattro settimane il filo tiene poco più di un quarto della forza che aveva all’impianto, ma il materiale è ancora in gran parte nel tessuto e ci resta per altre quattro o cinque settimane.

Poliglactina 910 e omopolimero del glicolide

Il confronto più utile è con l’acido poliglicolico, che è lo stesso glicolide senza il 10% di lattide. Sulle curve di resistenza le due si somigliano, con l’omopolimero un poco più alto a metà percorso: circa l’83% contro il 75% a 14 giorni, e circa il 53% contro il 49% a 21. Sul riassorbimento la differenza si inverte, 56-70 giorni per il copolimero contro 60-90 giorni per l’omopolimero. Il paragone è pulito perché anche la costruzione è la stessa, intrecciata e rivestita: fra i due cambia la chimica e nient’altro.

Il divario fra i due è quindi piccolo, molto più piccolo di quanto separi entrambi da un monofilamento assorbibile come il polidiossanone, che sui tempi di riassorbimento sta circa tre volte più in là. È il motivo per cui i due intrecciati vengono trattati come alternative fra loro e non come alternative al filo unico assorbibile, che risponde a un problema diverso.

La variante trattata per irraggiamento

Dello stesso copolimero esiste una versione sottoposta a radiazioni ionizzanti, che accorciano le catene prima ancora dell’impianto e spostano in avanti tutto il profilo. Le schede tecniche la danno attorno al 50% della resistenza a 5 giorni, con un sostegno del tessuto dichiarato per 10-14 giorni e riassorbimento totale fra 35 e 42 giorni: poco più di metà del tempo del filo non trattato.

La composizione chimica non cambia, la formula dichiarata resta 90% glicolide e 10% L-lattide, e cambia soltanto la lunghezza media delle catene. È uno dei casi in cui la stessa formula descrive due materiali che nel tessuto si comportano in modo diverso, e in cui leggere il solo nome del polimero non basta a sapere quanto durerà. A occhio il filo è lo stesso, e a distinguere le due versioni resta la dichiarazione in etichetta.

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