La pinza costruita per tenere un solo oggetto: l’ago
Il porta aghi è lo strumento chirurgico che afferra l’ago da sutura e lo spinge attraverso i tessuti. Appartiene alla famiglia delle pinze, ma è costruito per una presa sola: trattenere un oggetto duro, curvo e sottile senza lasciarlo ruotare mentre incontra resistenza. In italiano si scrive anche portaaghi, tutto attaccato, ed è la forma che registrano i vocabolari.
La geometria che lo distingue è il rapporto fra le due parti. I becchi sono corti e tozzi, il corpo è lungo: la mano lavora all’estremità di una leva e la forza che applica arriva alla punta moltiplicata. È il motivo per cui uno strumento corto stringe meno di uno lungo a parità di sforzo, e per cui i modelli destinati agli aghi grossi hanno becchi più spessi in cima a corpi più lunghi. Nella classificazione nazionale dei dispositivi medici il porta aghi compare come voce propria, distinta dalle altre pinze chirurgiche.
I becchi del porta aghi e il carburo di tungsteno
La superficie che tocca l’ago è fatta in due modi. Nella costruzione interamente in acciaio i becchi sono ricavati dal pieno nell’acciaio inossidabile martensitico del corpo e portano un reticolo inciso incrociato. Nella costruzione con inserto, in una sede scavata dentro ciascun becco viene brasata una piastrina di carburo di tungsteno sinterizzato, e la zigrinatura sta su quella.
La differenza è la durezza. Il carburo di tungsteno arriva a valori Vickers dell’ordine delle migliaia, mentre l’acciaio martensitico degli strumenti resta nell’ordine delle centinaia: il reticolo si consuma molto più lentamente e la presa resta viva dopo un numero di usi che sull’acciaio nudo l’avrebbe già arrotondata. A vista lo si riconosce da un codice colore sulle impugnature: anelli dorati significano inserti in carburo di tungsteno, che nelle sigle degli strumenti compare come C.T. o TC. Gli anelli neri indicano di regola una superficie diamantata, quelli blu il titanio.
La cremagliera e lo scatto che blocca la presa
Sui modelli ad anelli, poco sopra le impugnature, due lamelle dentate si affacciano l’una sull’altra: è la cremagliera. Chiudendo la mano i denti scavalcano l’uno sull’altro con uno scatto e restano agganciati, così i becchi rimangono serrati sull’ago senza che la mano continui a premere. I denti sono più d’uno, quindi la chiusura è graduata: si sceglie quanta forza lasciare sul morso. Per liberarla non si apre, si sfalsano lateralmente le due impugnature l’una rispetto all’altra finché i denti si scavalcano all’indietro.
Lo snodo, nella maggior parte dei modelli, è a scatola: un braccio passa dentro una feritoia ricavata nell’altro, invece di essere sovrapposto e fissato da una vite. Costa di più da lavorare, ma toglie il gioco laterale, e qui conta parecchio, perché qualunque gioco allo snodo si traduce in rotazione della punta dell’ago proprio mentre attraversa il tessuto.
Impugnatura ad anelli, a molla e a palmo
Le impugnature si dividono in tre famiglie e cambiano il modo di tenere lo strumento.
- Ad anelli: si impugna come una forbice, con pollice e anulare negli anelli e la cremagliera che scatta a fine corsa. Il tipo generale porta il nome Mayo-Hegar; il Crile-Wood ha becchi più stretti per lavori fini; l’Olsen-Hegar aggiunge dietro al morso una coppia di lame, così lo stesso strumento tiene l’ago e taglia il filo; il Gillies monta le lame, ha anelli asimmetrici e fa a meno della cremagliera.
- A molla: i due bracci sono uniti da una molla e si chiudono premendo fra pollice e indice, come si tiene una penna, con un fermo che aggancia a fondo corsa. Sono le forme Castroviejo e Barraquer, nate per la microchirurgia.
- A palmo: è la forma Mathieu, con impugnature ricurve che si chiudono dentro la mano e cremagliera in coda, dove aggancia e libera con strette successive senza che le dita escano dallo strumento.
Punte lisce, punte zigrinate e il calibro degli aghi
La superficie del morso si sceglie in funzione di quanto è sottile l’ago. Una zigrinatura incrociata trattiene bene e impedisce la rotazione, ma sulle sezioni molto piccole gli stessi rilievi incidono il metallo e lo segnano. Per questo i modelli microchirurgici si fanno con punte lisce: la presa è meno salda e l’ago può scivolare, però non viene intaccato. Fra i due estremi stanno le zigrinature finissime, pensate per il filo sottile.
L’altro asse è la forma della punta, diritta o curva, che riguarda l’accesso e non la presa: una punta curva raggiunge un piano di sutura profondo tenendo la mano fuori dal campo visivo. Le due varianti convivono nella stessa forma di strumento, e la lunghezza cresce con la profondità a cui si lavora, dai modelli corti per la cute a quelli lunghi per le cavità.
Porta aghi, pinza emostatica e klemmer
A prima vista una pinza emostatica somiglia molto a un porta aghi: anelli, snodo, cremagliera, misure vicine. Le distingue il morso. La pinza emostatica ha becchi lunghi e sottili, rigati trasversalmente per tutta la lunghezza, ed è fatta per chiudersi su un tessuto; il porta aghi ha becchi corti, spessi e zigrinati a reticolo, ed è fatto per stringere acciaio. Scambiarli danneggia entrambi: l’ago scivola nella rigatura trasversale, e i becchi sottili si deformano sotto un oggetto che non cede.
Nel parlato di sala operatoria klemmer, dal tedesco Klemme, morsetto, indica di solito la pinza emostatica, ma è un uso corrente e non una definizione: le fonti normative descrivono il porta aghi e non registrano il klemmer come termine tecnico. Va aggiunto che i nomi propri attaccati a questi strumenti, da Mayo-Hegar a Castroviejo, non sono marchi ma nomi di forma: indicano una geometria che qualunque officina può produrre.