Il vocabolario con cui l’Italia ha nominato i dispositivi medici
La CND è la Classificazione nazionale dei dispositivi medici: un elenco ordinato di codici che dice a quale famiglia appartiene un prodotto sanitario. È stata approvata con decreto del Ministro della salute del 20 febbraio 2007, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 63 del 16 marzo 2007, supplemento ordinario n. 72.
Il criterio con cui raggruppa non è il materiale e non è la forma. Sono la destinazione d’uso e la collocazione anatomico-funzionale: sotto lo stesso ramo finiscono prodotti pensati per un intervento diagnostico o terapeutico simile. Due oggetti che a occhio non si somigliano stanno vicini nell’albero se servono allo stesso gesto clinico, e due oggetti quasi identici si separano se il fabbricante li destina a scopi diversi.
Questo è anche il limite della sigla, ed è la confusione più frequente. La classe di rischio dice quanta sorveglianza pretende un dispositivo prima di arrivare sul mercato; il codice di nomenclatura dice che cosa quel dispositivo è. Articoli che condividono lo stesso ramo dell’albero possono avere classi differenti, e articoli della stessa classe possono trovarsi in rami che non si toccano.
Come si legge un codice CND
La struttura è alfanumerica e ad albero, e i livelli principali sono tre. La lettera iniziale indica la categoria. Le due cifre che seguono indicano il gruppo. Le coppie di cifre successive scendono nelle tipologie, che si articolano fino a cinque gradi di dettaglio quando la famiglia lo richiede. Contando tutto, l’albero arriva a sette livelli e il codice pieno a tredici caratteri.
La lettura procede da sinistra a destra e si stringe a ogni passo. La lettera W apre i dispositivi per diagnostica in vitro, e da lì i gruppi separano i reagenti e i test dagli strumenti da laboratorio e dai recipienti per la raccolta dei campioni; le tipologie scendono poi al singolo tipo di contenitore. Un codice corto non è un codice incompleto: è un livello dell’albero che nessuno ha avuto bisogno di dettagliare oltre.
Due terminazioni ricorrenti valgono una nota. I livelli che finiscono in 99 sono gli “altri” della loro tipologia e raccolgono ciò che non trova posto in un livello specifico. I livelli che finiscono in 90 non sono terminali: indicano una voce che continua a ramificarsi più sotto, quindi un dispositivo non si registra fermandosi lì.
Dalla CND alla nomenclatura europea EMDN
Quella struttura ha avuto una seconda vita fuori dai confini italiani. La Commissione europea ha indicato la CND come base della nomenclatura europea dei dispositivi medici, la EMDN, dopo aver constatato che era già in uso in tre Stati membri, Italia, Grecia e Portogallo. La prima versione della EMDN è stata rilasciata il 4 maggio 2021.
La EMDN conserva l’impianto della CND: albero gerarchico a sette livelli, lettera per la categoria, due cifre per il gruppo, serie di cifre per le tipologie, tredici caratteri al massimo. Serve ai fabbricanti per registrare i dispositivi nella banca dati europea EUDAMED, dove il codice viene associato all’identificativo unico del dispositivo. Il compito le è assegnato dall’articolo 26 del regolamento (UE) 2017/745 sui dispositivi medici e dall’articolo 23 del regolamento (UE) 2017/746 sui diagnostici in vitro.
La CND non è più in vigore: al suo posto c’è la CID
Il decreto ministeriale che chiude la vicenda porta la data del 29 dicembre 2025 ed è uscito in Gazzetta Ufficiale, serie generale n. 36, il 13 febbraio 2026. Il suo articolo 1 adotta una nomenclatura nuova, sigla CID, cioè classificazione italiana dei dispositivi medici. L’articolo 6 è netto: il decreto del 20 febbraio 2007 che aveva approvato la CND, e le sue modificazioni successive, sono abrogati dal 1 gennaio 2026.
La CID copre i dispositivi medici, i prodotti elencati nell’allegato XVI del regolamento (UE) 2017/745 e i dispositivi medico-diagnostici in vitro. Mantiene la struttura alfanumerica ad albero, dove ogni livello porta un codice e una parte descrittiva, e recepisce i principi della CND insieme a quelli della EMDN: i primi sette livelli della CID corrispondono alla nomenclatura europea. Gli aggiornamenti sono annuali e passano da un decreto direttoriale.
Un codice CND letto oggi su un documento non è quindi sbagliato, è datato. Continua a comparire in capitolati, listini e archivi compilati prima del passaggio, e resta leggibile perché la logica dell’albero non è cambiata: quello che cambia è il testo normativo a cui la sigla rimanda.
Che cosa un codice dice e che cosa non dice
Un codice di nomenclatura non è un numero di registrazione. In Italia un dispositivo che arriva sul mercato viene iscritto in una banca dati ministeriale e riceve un proprio numero identificativo: quel numero individua il singolo prodotto di un singolo fabbricante, il codice di nomenclatura individua la famiglia a cui appartiene. Sono due campi diversi della stessa scheda e non si sostituiscono a vicenda.
Non è nemmeno l’identificativo unico previsto dal regolamento europeo, che scende al singolo esemplare e ne porta modello, fabbricante, lotto e scadenza. E non è un giudizio: nessun livello dell’albero misura prestazioni, durata o qualità di ciò che vi è collocato.
Le altre sigle che si scrivono CND
Le stesse tre lettere hanno almeno un altro significato tecnico corrente, e l’equivoco è frequente proprio nei documenti di acquisto. Nell’industria e nell’ingegneria dei materiali CND sta per controlli non distruttivi, cioè le prove che verificano un pezzo senza danneggiarlo: radiografia, ultrasuoni, liquidi penetranti, particelle magnetiche. Non hanno alcun rapporto con i dispositivi medici, se non che entrambi i mondi parlano di conformità.
Nel linguaggio dei dispositivi, quindi, l’espressione “controlli CND” non individua nulla: la CND è una nomenclatura, non una procedura di verifica. Quando la sigla compare da sola, il criterio più rapido è guardare che cosa la accompagna. Se accanto c’è un codice che inizia per una lettera seguita da cifre, si parla della classificazione dei dispositivi; se accanto ci sono un metodo di prova e un operatore qualificato, si parla di controlli non distruttivi.