Una V rovesciata, dal travetto di un tetto
Un chevron è una figura a V, di solito rovesciata, cioè con la punta rivolta verso l’alto o verso l’interno. La parola arriva dal francese antico, dove indicava il travetto inclinato di un tetto, e risale a una forma ricostruita del latino volgare della famiglia di capra; il senso araldico è attestato dalla fine del Duecento, e la pezza corrispondente in italiano si chiama scaglione, mentre il gallone militare a V rovesciata compare nell’Ottocento. In tutti questi usi la parola non descrive un oggetto ma una geometria: due segmenti che si incontrano formando un angolo.
Nel linguaggio dei dispositivi medici la stessa geometria ha dato il nome a cose distinte, che si incontrano in reparti diversi e non vanno confuse: la saldatura a punta delle buste per sterilizzazione e alcuni tagli chirurgici a V. Il denominatore comune resta la forma.
Il chevron delle buste per sterilizzazione
Una busta per sterilizzazione è fatta di due facce diverse. Da un lato un materiale poroso, che lascia entrare e uscire il mezzo sterilizzante: carta medicale, oppure un non tessuto in poliolefine. Dall’altro un film plastico trasparente composto da due o più strati, che poroso non è e serve a vedere il contenuto. Le due facce vengono saldate lungo tre lati, e l’insieme è quello che le norme chiamano sistema di barriera sterile, cioè l’imballaggio minimo che permette la sterilizzazione, offre una barriera microbica accettabile e permette la presentazione asettica.
La saldatura del lato di apertura, invece di correre dritta da bordo a bordo, forma una V: è il chevron. Da un lato la punta indica dove afferrare, dall’altro cambia il modo in cui la busta si apre. Il quadro generale di questi imballaggi sta nella UNI EN ISO 11607-1:2020, che copre materiali, sistemi di barriera sterile e sistemi di imballaggio destinati a mantenere la sterilità del dispositivo fino al punto di utilizzo.
Perché una punta a V si apre in modo progressivo
Una busta di questo tipo non si strappa: si sfoglia. Le due facce vengono separate una dall’altra partendo da un’estremità, e il fronte di distacco avanza lungo la saldatura. Con una saldatura dritta il fronte è largo quanto la busta fin dal primo istante, e la forza da applicare è massima subito; con una saldatura a punta il fronte parte da pochi millimetri e si allarga poco alla volta, così lo sforzo resta basso e costante e chi apre governa la velocità. La differenza conta perché il gesto ha uno scopo preciso, che le norme chiamano presentazione asettica: il contenuto deve poter essere offerto al campo sterile senza che le mani lo tocchino e senza che il materiale rilasci fibre, cosa che accade quando la carta viene lacerata invece che sfogliata.
Le misure che una busta con chevron deve rispettare
I requisiti specifici delle buste e dei rotoli con una faccia porosa e una in film plastico stanno nella EN 868-5:2018. La larghezza complessiva della saldatura non deve essere inferiore a 6 mm, e nelle saldature a nervature vale la somma delle nervature. La distanza fra l’estremità della busta e il bordo più vicino della saldatura trasversale deve bastare a separare le due facce e sfogliarle.
Sull’appiglio la norma ammette due soluzioni alternative. La prima è un intaglio per il pollice profondo non più di 12 mm, il cui fondo resti ad almeno 1 mm dalla saldatura. La seconda è il labbro: una delle due facce viene lasciata più lunga dell’altra di almeno 1,0 mm, e quel millimetro sporgente è ciò che le dita afferrano per prime. Sulla tenuta, per le buste usate nelle strutture sanitarie, la resistenza della saldatura non deve scendere sotto 1,5 N per 15 mm nella sterilizzazione a vapore e 1,2 N per 15 mm negli altri processi. Un avvertimento della norma merita di essere ricordato: la conformità alla EN 868-5 non implica automaticamente la conformità alla EN ISO 11607.
Chevron, spina di pesce e intaglio
Il chevron viene confuso con la spina di pesce, e i due motivi non sono la stessa cosa. Nella spina di pesce gli elementi sono tagliati di squadro e accostati sfalsati: la V si legge, ma è spezzata, perché ogni elemento sborda oltre il vertice del successivo. Nel chevron gli elementi sono tagliati in obliquo e si incontrano punta contro punta, quindi la V si chiude e le file formano linee continue per tutta la lunghezza. Chi guarda un pavimento o un tessuto distingue i due motivi proprio da lì.
Va tenuto separato anche dall’intaglio per il pollice, che nelle schede tecniche compare spesso accanto. L’intaglio è un’asportazione di materiale sul bordo, fatta per dare presa; il chevron è la forma della saldatura. Possono stare sulla stessa busta e assolvono compiti diversi, e una busta può avere l’uno senza l’altro.
Il chevron in sala operatoria
La stessa parola nomina due interventi che con l’imballaggio non hanno rapporto. L’incisione a chevron, detta anche a tetto perché in inglese si chiama così, è l’estensione oltre la linea mediana dell’incisione sottocostale: due tratti obliqui che si uniscono al centro sotto l’arcata costale, per l’accesso ampio all’addome superiore nelle resezioni epatiche e nei trapianti di fegato. Prolungandola verso l’alto sulla linea mediana si ottiene la variante a tre rami.
L’osteotomia a chevron, descritta da Austin e Leventen nel 1981 come osteotomia di spostamento a V orientata orizzontalmente, è invece un taglio osseo a forma di V praticato nella parte distale del primo metatarso per la correzione dell’alluce valgo. La geometria a V non è un vezzo: le due superfici di taglio inclinate lasciano un’ampia area di contatto fra i frammenti anche dopo lo spostamento laterale della testa metatarsale, ed è la ragione tecnica per cui questa forma è stata scelta e ha continuato a essere usata.