Il recipiente basso con il profilo di un rene
La bacinella reniforme è un recipiente aperto e poco profondo il cui contorno, visto dall’alto, ripete quello di un rene: un lato lungo rientra verso l’interno, l’altro sporge in fuori, e le due estremità si chiudono arrotondate. Raccoglie ciò che una manovra produce e ciò che una manovra dismette: strumenti appena usati, garze, medicazioni tolte, secreti e liquidi. Non è un contenitore di misura e non è un piano su cui allestire, è il posto dove finisce quello che non deve restare in giro.
L’aggettivo non nasce in medicina. Reniforme è un composto di rene e del suffisso -forme, e dice soltanto che una cosa ha la forma di un rene: la stessa parola descrive in botanica le foglie il cui contorno somiglia a un rene umano e in ematologia il nucleo di certe cellule del sangue. Applicata a un recipiente riguarda il disegno del bordo, e nient’altro.
Perché la bacinella reniforme ha un lato concavo
Il lato rientrante è il lato che lavora. Appoggiato contro il collo, sotto la mandibola, contro il fianco o lungo un arto, il bordo concavo segue il profilo del corpo invece di attraversarlo e resta a contatto per tutta la sua lunghezza. Un bordo dritto premuto su una superficie curva tocca in un punto solo e lascia aperti due spiragli laterali: è da lì che passa quello che si sta cercando di raccogliere. La concavità toglie gli spiragli, e il recipiente si tiene con una mano sola mentre l’altra continua a lavorare. Lo stesso vale su un piano, appoggiando il lato rientrante allo spigolo di un carrello.
Il lato convesso fa il resto. Allarga il fondo, porta il volume dove serve e tiene il baricentro lontano dal bordo che si appoggia, così il recipiente non si rovescia in avanti quando è pieno a metà. Le pareti sono basse e svasate verso l’alto, il fondo è piatto con i raccordi arrotondati, e l’orlo superiore è ribattuto in fuori: la ribattitura irrigidisce il bordo di una lamiera sottile, elimina lo spigolo vivo del taglio e dà alle dita qualcosa da tenere.
Di che cosa è fatta una bacinella reniforme
La versione da ricondizionare si fa in acciaio inossidabile austenitico, imbutito da un disco di lamiera in un pezzo unico: niente saldature, niente giunti, nessun angolo interno vivo in cui qualcosa possa fermarsi. I gradi correnti appartengono a due famiglie, quella al cromo e nichel e quella al cromo e manganese, dove una parte del nichel è sostituita da manganese e azoto; la seconda costa meno e sopporta peggio gli ambienti aggressivi. Alcuni modelli hanno un coperchio a incastro, che chiude il contenuto ma non lo isola.
Accanto all’acciaio ci sono due materiali diversi. La plastica riutilizzabile, stampata a iniezione, che regge il ciclo di sterilizzazione a vapore dichiarato dal fabbricante e in genere porta la scala graduata direttamente nello stampo. E la cellulosa monouso, cioè polpa formata a umido ed essiccata oppure cartone, che si getta insieme a ciò che contiene: qui la tenuta ai liquidi vale per un tempo limitato, i fabbricanti lo dichiarano in ore, e i valori dichiarati cambiano da un prodotto all’altro e con il liquido, quindi non sono una proprietà del termine. Storicamente si sono usati anche il ferro smaltato e il vetro.
Le misure e le capacità delle bacinelle reniformi
La misura nominale è la lunghezza sull’asse maggiore, e il commercio la dà spesso in pollici: sei, otto, dieci e dodici, cioè all’incirca centocinquanta, duecento, duecentocinquanta e trecento millimetri. A parità di lunghezza cambia l’altezza della parete, ed è la ragione per cui gli stessi cataloghi distinguono una versione bassa da una profonda: due recipienti con la stessa impronta possono contenere il doppio l’uno dell’altro.
Le capacità dichiarate coprono grosso modo la fascia che va da un quarto di litro a un litro e mezzo. Il numero arriva dal fabbricante e non si ricava dalle sole misure esterne, sia per la differenza di profondità sia perché non tutti dichiarano lo stesso livello di riempimento. Sulle versioni graduate la scala è impressa all’interno e si legge guardando dentro, mai dall’esterno, e resta una lettura grossolana: la forma a rene non ha una sezione costante, quindi il rapporto fra altezza del liquido e volume non è lineare.
Ciclo d’uso: quello che torna e quello che non torna
Un recipiente in acciaio o in plastica riutilizzabile finisce il suo giro con lavaggio e sterilizzazione a vapore: sull’acciaio la temperatura del ciclo non è un vincolo, sulla plastica sì, e il fabbricante dichiara la combinazione di temperatura e durata che il materiale sopporta senza deformarsi. Il coperchio, quando c’è, va trattato come pezzo a sé e sterilizzato staccato, perché due superfici affacciate lasciano fuori il vapore.
La versione in cellulosa non torna e non si lava. Esistono anche versioni fornite già sterili in confezione singola: in quel caso la condizione riguarda il recipiente vuoto e dura finché la confezione resta integra, e non si estende a ciò che poi ci viene messo dentro. È una distinzione che vale la pena tenere ferma, perché il nome del prodotto la nasconde.
Arcella, vaschetta, vassoio: i nomi che si sovrappongono
Nel commercio italiano arcella compare come sinonimo, e indica lo stesso oggetto. Diverso è il caso della vaschetta o della bacinella tonda e rettangolare: contengono altrettanto e a volte di più, ma non hanno il lato rientrante, quindi non si appoggiano a un profilo curvo e servono a raccogliere su un piano, non addosso a qualcuno. Il vassoio è un terzo oggetto ancora: piatto, con la sponda alta pochi millimetri, fatto per portare strumenti disposti in ordine e non per contenere liquidi.
In inglese convivono due nomi per la stessa cosa. Uno descrive la forma, kidney dish, ed è l’uso britannico; l’altro descrive una destinazione, emesis basin, ed è l’uso americano. Poiché il secondo nomina un impiego e non un disegno, nei cataloghi tradotti lo stesso recipiente finisce classificato in due famiglie diverse: se si cerca per uso si perde metà dell’offerta, se si cerca per forma la si trova tutta.