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Glossario

RAL

Quattro cifre che rimandano a un campione fisico

RAL è un sistema di corrispondenza cromatica: un codice numerico identifica una tinta in modo univoco, così che due persone lontane possano nominare lo stesso colore dentro un contratto senza scambiarsi un campione ogni volta. Il nome della tinta, per esempio giallo melone accanto a RAL 1028, è una designazione ausiliaria e serve solo a rendere leggibile il numero.

Il punto che distingue questo sistema da uno spazio di coordinate sta nel riferimento: dietro un codice della collezione storica non c’è una formula, c’è un cartoncino verniciato conservato e riprodotto dall’ente che lo pubblica. Il colore è definito per confronto con quel campione, non calcolato. In italiano la stessa sigla indica anche la retribuzione annua lorda, che con i colori non ha alcun rapporto.

Chi pubblica le carte colore

La raccolta nasce in Germania nel 1927 come elenco di 40 tinte, promosso dal comitato nazionale tedesco per le condizioni di fornitura, il Reichs-Ausschuss für Lieferbedingungen, da cui viene l’acronimo; il nome per esteso comprende anche la garanzia di qualità. Il problema che risolveva era di natura commerciale prima che estetica: mettere d’accordo fornitore e committente su una tinta senza descriverla a parole.

Oggi le collezioni sono curate da RAL gGmbH, società non profit del RAL Deutsches Institut für Gütesicherung und Kennzeichnung, con sede a Bonn. Lo stesso istituto si occupa anche di marchi di qualità, e da lì viene l’ologramma stampato sui mazzetti autentici: una riproduzione non autorizzata può discostarsi nella tinta e comportarsi in modo diverso sotto sorgenti luminose diverse.

Lo strumento di lavoro corrente è il ventaglio, un mazzetto di cartoncini verniciati che riporta tutte le tinte della collezione storica cinque per pagina, ciascuna con il numero e con il nome. Non è un accessorio: è il riferimento vero, quello che si appoggia al pezzo. E come qualunque superficie verniciata non è eterno, perché esposto alla luce cambia, e da quel momento smette di essere un riferimento.

Come si legge un codice RAL Classic

Il codice della collezione Classic è composto dalla sigla seguita da quattro cifre. La prima dichiara il gruppo cromatico e vale così: 1 giallo, 2 arancione, 3 rosso, 4 violetto, 5 blu, 6 verde, 7 grigio, 8 marrone, 9 bianco e nero. Le altre tre sono state assegnate per ordine di ingresso nella raccolta e non descrivono niente.

La conseguenza va tenuta a mente, perché è controintuitiva: due numeri vicini non sono due tinte vicine. RAL 7035 e RAL 7036 appartengono allo stesso gruppo, ma quanto distino sul piano percettivo il codice non lo dice, e nessuna operazione aritmetica sulle cifre ha senso. Le tinte oggi sono 216, cresciute per aggiunte successive dalle 40 iniziali.

Le altre collezioni: Design System plus, Effect, Plastics

Accanto alla Classic esistono raccolte costruite con criteri differenti. Il Design System plus raccoglie 1.825 tinte e usa un codice di sette cifre che è un indirizzo, non un numero di serie: le prime tre danno la tonalità in gradi da 000 a 360, le due successive la chiarezza e le ultime due la saturazione, secondo le coordinate dello spazio CIELAB. Lì i numeri vicini indicano davvero colori vicini, e le tinte non hanno nome.

La collezione Effect mette insieme 420 tinte piene e 70 metallizzate su sistemi all’acqua. La raccolta Plastics esiste per una ragione istruttiva: i campioni sono realizzati su materia plastica invece che su carta verniciata, perché la stessa tinta resa su un polimero non è lo stesso oggetto e va confrontata con un riferimento suo.

Perché lo stesso RAL cambia da opaco a lucido

Il colore percepito dipende dalla luce che la superficie rimanda all’occhio, e il grado di brillantezza cambia quella luce. Una finitura lucida rispedisce una componente speculare che si somma al colore del pigmento; una opaca la diffonde in tutte le direzioni. A parità di pigmentazione le due sembrano tinte diverse, e per questo esistono due registri di riferimento distinti: la raccolta dei campioni semiopachi comprende tutte e 216 le tinte Classic, quella dei campioni in alto lucido ne comprende 199. Diciassette tinte della collezione, cioè, non hanno affatto un riferimento lucido.

Alla brillantezza si aggiungono il supporto, la struttura della superficie e la sorgente luminosa: due campioni che coincidono alla luce del giorno possono separarsi sotto una lampada, ed è il fenomeno noto come metamerismo. Ne segue che un codice scritto su un capitolato è un punto di partenza: quanto il pezzo verniciato si scosti dal campione si misura con uno strumento, e la tolleranza ammessa va concordata a parte.

RAL, Pantone e NCS non fanno lo stesso mestiere

Le tre raccolte più nominate rispondono a domande diverse. Pantone è un sistema proprietario nato per gli inchiostri da stampa e per la grafica, e vive di formule di miscelazione. NCS descrive il colore per come viene percepito, collocandolo rispetto a sei colori elementari attraverso le quote di nero, di cromaticità e di tonalità: è un modello percettivo e non una lista di campioni. CIELAB non è una collezione ma uno spazio di coordinate, quello su cui si appoggia il Design System plus.

La Classic non è nessuna di queste cose: è un elenco chiuso di tinte fisiche, senza una metrica interna, pensato per l’industria e per la verniciatura dei metalli. È il motivo per cui domina dove il colore sta su un supporto verniciato e non su carta stampata, dagli infissi ai radiatori, dai telai delle macchine agli arredi metallici.

Quando su un documento tecnico compare un codice a quattro cifre, quello che è stato fissato è una tinta di riferimento e nient’altro: non lo strato che la porta, non la brillantezza, non il modo in cui reggerà la luce nel tempo. Sono tre informazioni che vanno scritte a fianco, e che il numero da solo non contiene.

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