Una fibra artificiale ricavata dalla cellulosa
La viscosa è una fibra artificiale ricavata dalla cellulosa. La materia prima esiste già in natura, di solito come pasta di legno, ma la fibra no: nasce da una catena di passaggi chimici che scioglie la cellulosa e la fa solidificare di nuovo in forma di filo. Da qui la definizione ricorrente di cellulosa rigenerata.
Il regolamento (UE) n. 1007/2011, che fissa le denominazioni delle fibre tessili valide in etichetta, la elenca al numero 25 come fibra di cellulosa rigenerata ottenuta mediante il procedimento viscosa, sia per il filamento sia per la fibra non continua. La stessa parola indica quindi due cose, il procedimento e il prodotto che ne esce, e viene dall’aspetto denso e sciropposo della soluzione che si fila. La fibra circola anche col nome più vecchio di rayon viscosa.
Questo la colloca in un gruppo a sé, che non è quello delle fibre naturali e non è quello delle sintetiche. Il cotone si raccoglie già in forma di fibra. Il poliestere viene costruito a partire da monomeri che in natura non stanno in quella forma. La viscosa parte da un polimero naturale e lo rimette in forma: il gruppo si chiama fibre artificiali, e accanto a lei ci stanno cupro, modal e lyocell.
Soda, solfuro di carbonio e bagno acido: come si fa la viscosa
Il primo passaggio mette la cellulosa a contatto con idrossido di sodio e la trasforma in alcalicellulosa. Al secondo interviene il solfuro di carbonio, che si lega ai gruppi ossidrilici e forma lo xantogenato di cellulosa. Qui sta lo snodo dell’intero procedimento: la cellulosa in sé non si scioglie in nessun solvente comune, il suo xantogenato invece si scioglie in soda diluita. Ne esce un liquido denso e giallastro.
La soluzione viene poi spinta attraverso una filiera, una piastra i cui fori misurano da cinquanta a cento micrometri, e i filamenti cadono in un bagno acido di acido solforico con solfato di sodio e solfato di zinco. L’acido scinde lo xantogenato, lo zolfo se ne va e la cellulosa torna cellulosa, ormai coagulata nella forma del filo. È filatura a umido: il filamento prende consistenza dentro il bagno, non nell’aria.
Il confronto con le fibre sintetiche si chiude proprio qui. Alla fine del giro la molecola è la stessa dell’inizio, e nessuna reazione ha costruito una catena nuova.
Quanta acqua tiene la viscosa
La cellulosa è ricca di gruppi ossidrilici, e ogni gruppo ossidrilico è un aggancio per una molecola d’acqua. Lo stesso regolamento europeo fissa per la viscosa un tasso convenzionale del 13,00%, cioè la percentuale che si somma alla massa a secco di ciascuna fibra quando si calcola la composizione da dichiarare in etichetta. Per il cotone in fibre normali il valore è 8,50%, per il poliestere 1,50%.
L’acqua che la fibra prende davvero, immersa e non semplicemente in equilibrio con l’aria, va molto oltre: si arriva al 100-110% del suo peso. E la fibra si muove nelle misure. Il diametro cresce del 30-40%, il volume raddoppia, la lunghezza si allunga del 3-5%.
Il rovescio è la tenacità. Bagnata, la viscosa arriva a perdere fino a circa metà della resistenza che ha da asciutta: un tessuto che sotto trazione da asciutto tiene, da bagnato cede prima. È la ragione per cui la viscosa pura vuole un lavaggio prudente e viene spesso mescolata a fibre che a umido non mollano.
Nastri, panni e non tessuti in viscosa
Nei nastri adesivi a supporto tessile il ruolo della viscosa è portante. Il supporto è un tessuto vero, con ordito e trama, e la fibra dà un nastro che sotto tensione non si allunga e che si divide a mano nel verso della trama, senza forbici. Un supporto elastico farebbe l’opposto, cedendo invece di strapparsi.
Nel monouso la viscosa arriva per l’altra sua qualità, l’assorbimento. Panni per asciugatura, manopole per l’igiene, salviette e copricapo da cucina si producono di regola come tessuto non tessuto, e la tecnologia più diffusa per questo tipo di velo è l’idroentanglement, noto anche come spunlace: getti d’acqua sottili e ad alta pressione colpiscono lo strato di fibre disteso su un nastro e le aggrovigliano fra loro. Il velo tiene per intreccio meccanico, senza colle né leganti chimici, e la mescola più comune accosta fiocco di viscosa e fiocco di poliestere.
Viscosa, modal e lyocell
Le tre fibre partono dalla cellulosa e finiscono in cellulosa rigenerata, ma il regolamento le tiene su tre voci separate perché cambia la strada. Il modal esce da un procedimento viscosa modificato, e la definizione normativa gli chiede numeri, non aggettivi: una forza di rottura allo stato ambientato e una forza necessaria a ottenere un allungamento del 5% allo stato umido, entrambe sopra soglie calcolate sulla massa lineica del filato. Il modal, in altre parole, è la viscosa a cui viene chiesto per legge di reggere da bagnata.
Il lyocell prende un’altra strada ancora: la cellulosa viene sciolta in un solvente organico e filata direttamente, senza formazione di derivati, quindi senza passare dallo xantogenato e senza solfuro di carbonio. Più indietro nel tempo sta il cupro, ottenuto per via cuprammoniacale.
Il tasso convenzionale è 13,00% per tutte e tre: davanti all’acqua si somigliano. Cambia quanto reggono mentre la trattengono.
Perché artificiale non vuol dire sintetica
La confusione più frequente riguarda proprio questa coppia di parole, e non è una sfumatura da vocabolario. Una fibra sintetica ha una catena costruita in reattore a partire da molecole semplici, e quella catena in natura non esiste. Una fibra artificiale ha una catena presa in prestito da un organismo vivente, che il processo scioglie, purifica e rimette in forma senza toccarne l’ossatura. La viscosa e il cotone condividono la molecola di base; il poliestere e la viscosa non hanno niente in comune, se non l’essere passati entrambi da un impianto chimico.
La differenza si legge nel comportamento. Come il cotone, la viscosa assorbe e si gonfia, e al calore non rammollisce e non fonde: si decompone, e le schede tecniche collocano la decomposizione fra i 190 e i 205 °C. A differenza del cotone, però, la fibra arriva alla lunghezza e alla finezza che il produttore decide, perché a tagliarla è una lama e non la pianta.