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Glossario

Autoestinguente

Che cosa fa un materiale autoestinguente quando la fiamma se ne va

Autoestinguente descrive un comportamento che si osserva in un momento preciso: quello in cui la sorgente di accensione viene allontanata. Un materiale con questa proprietà interrompe da sé la combustione invece di proseguirla. Il vocabolario tecnico italiano registra la parola dal 1995 e la definisce come proprietà di un materiale attaccato dal fuoco di far cessare la combustione.

Già fra i dizionari però la definizione oscilla, e l’oscillazione non è innocua. Un altro repertorio corrente scrive che autoestinguente si dice di un materiale che al contatto con la fiamma non prende fuoco, che è un’affermazione diversa e più forte: la prima dice che si spegne, la seconda che non si accende. Le prove misurano la prima.

Autoestinguente non descrive il comportamento in un incendio

Il limite della parola sta scritto dentro la sua stessa definizione. Un materiale che si spegne quando la fiamma viene tolta continua a bruciare finché la fiamma c’è, e in un incendio la fiamma non viene tolta: arriva il calore irraggiato da tutto ciò che sta bruciando intorno, che è esattamente la condizione che le prove non riproducono. Le prove usano una sorgente piccola, un provino piccolo e aria ferma, e i metodi lo dichiarano: il loro esito serve a confrontare fra loro materiali diversi in condizioni di laboratorio, non a descrivere il pericolo in un incendio reale.

Da qui discende la differenza con ignifugo, che è una parola più larga e copre anche i trattamenti applicati. Autoestinguente è più stretta e più verificabile: non parla di quanto un materiale contribuisca all’incendio, né di quanto fumo produca, né di quanto a lungo una parete resti in piedi. Parla solo dei secondi che seguono l’allontanamento della fiamma.

La prova verticale che assegna V-0, V-1 e V-2

Il metodo più citato è quello a fiamma da 50 watt, pubblicato come IEC 60695-11-10, edizione 2.0 del maggio 2013 e nota all’industria con la sigla americana equivalente. Il metodo B è la prova verticale: cinque provini da 125 per 13 millimetri, ciascuno esposto due volte per dieci secondi, con un batuffolo di cotone posto sotto per rilevare le gocce infiammate.

  • V-0: postcombustione non oltre 10 secondi dopo ciascuna applicazione, non oltre 50 secondi in totale sulle dieci applicazioni, postcombustione più incandescenza entro 30 secondi dopo la seconda applicazione, nessuna combustione fino al morsetto e nessuna goccia che accenda il cotone.
  • V-1: gli stessi vincoli con 30 secondi per provino, 250 secondi in totale e 60 secondi per postcombustione e incandescenza; il cotone deve restare spento.
  • V-2: gli stessi tempi della V-1, ma le gocce infiammate che accendono il cotone sono ammesse.

L’ultima riga è la più importante e passa quasi sempre inosservata: fra V-0 e V-2 non corre soltanto una differenza di durata, corre il permesso di lasciar cadere una goccia che brucia. Sopra questa scala stanno le classi 5VB e 5VA, ottenute con una fiamma da 500 watt, distinte fra loro dal fatto che nella lastra si apra o no un foro passante. Sotto sta la classe HB, che non certifica alcuna autoestinguenza e riporta soltanto una velocità di combustione in orizzontale: non oltre 40 millimetri al minuto fra 3 e 13 millimetri di spessore, non oltre 75 sotto i 3, oppure fiamma spenta prima del riferimento a 100 millimetri.

Il filo incandescente, per i pezzi che scaldano da soli

Su un componente elettrico la sorgente di innesco realistica non è un becco a gas ma una parte che si surriscalda. Le prove con filo incandescente riproducono quel caso: un’ansa metallica viene portata a una temperatura scelta a gradini di 50 gradi da 500 a 900, più il valore di 960, e premuta contro il provino per 30 secondi.

Da questa prova escono due indici distinti. Il primo è la temperatura più alta alla quale il provino non si accende, oppure si spegne entro 30 secondi dal ritiro del filo senza che si accenda la velina posta sotto. Il secondo è la temperatura di innesco, definita 25 gradi sopra il valore massimo al quale non si osserva una fiamma persistente per più di 5 secondi. Le due si eseguono su piastrine di materiale; una terza variante si esegue sul prodotto finito, che è l’unica in cui a essere provata è la cosa vera e non la materia prima.

La classe vale per quello spessore e per quel colore

Una classificazione non appartiene a un polimero, appartiene a un provino. La prova si esegue su campioni ideali di uno spessore dichiarato, e lo stesso compound può cadere in due classi diverse a 1,5 e a 3 millimetri, perché una parete sottile smaltisce e conduce calore in modo diverso. Cambiano il risultato anche i pigmenti e le cariche, e per questo una dichiarazione seria indica anche il colore.

Un pezzo stampato, poi, non è la piastrina: ha spessori variabili, linee di giunzione, tensioni interne e una storia termica sua. Il certificato del granulo dice come si comporta la materia prima in condizioni di laboratorio, non come si comporta quell’oggetto.

Perché autoestinguente da solo non è un dato

Il comportamento si ottiene per due strade. Alcuni polimeri lo hanno per costituzione, per la presenza di alogeni nella catena o per una struttura aromatica che al calore forma residuo carbonioso invece di gas combustibili; altri lo acquistano con additivi. Esiste anche un terzo meccanismo, puramente fisico, osservato per esempio sul polistirene espanso: la parte esposta collassa e si ritira sottraendo materiale alla fiamma, il che interrompe la propagazione senza che nessuna chimica intervenga.

Nessuna di queste tre origini si legge nella parola. Una scheda tecnica che dichiari solo autoestinguente ha detto che qualcuno, da qualche parte, ha fatto una prova. La forma che porta informazione è quella con il metodo, la classe, lo spessore e il colore scritti di seguito, perché sono i quattro dati senza i quali due materiali dichiarati allo stesso modo non sono confrontabili.

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