L’ultimo tratto del percorso del suono
L’archetto biauricolare è la parte dello stetoscopio rivolta verso chi ascolta: due tubi rigidi, una molla che li tiene accostati e due olive che entrano nel condotto uditivo. È il tratto finale del percorso del suono, quello compreso fra il tubo flessibile e l’orecchio, e non va confuso con il tubo a Y che scende verso la testina.
L’aggettivo distingue lo strumento a due orecchie da quello a una sola. Il primo stetoscopio era un cilindro rigido appoggiato fra il torace del paziente e l’orecchio dell’esaminatore; la versione a due condotti flessibili con archetto metallico si diffonde a metà Ottocento, ed è il modello che, cambiati i materiali, è arrivato fino a ora. Da allora la parola indica quel gruppo di parti, che nei ricambi si tratta come un componente unico.
Perché i tubi dell’archetto puntano in avanti
Il condotto uditivo esterno non è una galleria diretta verso il centro della testa: dal padiglione procede in avanti e verso l’interno, con un percorso che non è nemmeno rettilineo. Un’oliva infilata perpendicolarmente al piano del viso arriva perciò contro la parete del condotto invece di allinearsi al suo asse.
Da qui l’angolatura dell’archetto. I tubi auricolari sono piegati in modo che le olive, a strumento indossato, guardino in avanti; su alcune serie l’inclinazione è fissata dal costruttore, con valori dell’ordine dei quindici gradi. Le istruzioni d’uso lo traducono in un gesto: indossare l’archetto con le olive rivolte verso il ponte del naso, non verso la nuca. La conseguenza è immediata. Un archetto indossato al rovescio non fa male, fa sentire meno, perché l’oliva non entra in asse, la tenuta è imperfetta e una parte del suono si disperde prima di arrivare al timpano.
La molla dell’archetto e la sua regolazione
La molla decide con quanta forza le olive premono nel condotto. In alcuni modelli è esterna e visibile all’apice dell’archetto, in altri è alloggiata dentro il tubo e non si vede. In entrambi i casi si regola a mano e senza attrezzi: si stringono i due tubi l’uno contro l’altro, tenendoli vicino alla molla, per aumentare la tensione, e li si allarga con una flessione dolce per ridurla.
Il criterio per capire quando è giusta non riguarda l’oggetto ma la persona. Una tensione insufficiente lascia entrare il rumore dell’ambiente e non chiude il condotto; una tensione eccessiva diventa scomoda dopo pochi minuti e non aggiunge nulla al suono. Poiché diametro e orientamento del condotto uditivo cambiano da persona a persona, un archetto regolato bene per uno non lo è per un altro, e uno strumento usato da più operatori va ritoccato ogni volta.
La tenuta delle olive e il suono che arriva all’orecchio
Lo stetoscopio è una colonna d’aria chiusa. La membrana o la campana raccoglie le vibrazioni della parete toracica e le trasforma in variazioni di pressione dell’aria contenuta nei tubi, che viaggiano fino all’orecchio. Il sistema lavora finché resta chiuso: se l’oliva non sigilla il condotto, una parte dell’energia sfugge dall’apertura e nello stesso varco entra il rumore della stanza.
La perdita non colpisce tutte le frequenze allo stesso modo. La campana è fatta per raccogliere i suoni gravi, quelli che stanno nelle prime decine e nelle prime centinaia di hertz, mentre la membrana privilegia una banda più alta, quella dei suoni respiratori, che arriva verso il migliaio di hertz. Una fuga d’aria penalizza soprattutto l’estremo basso dello spettro, cioè la parte che meno sopporta di essere attenuata. È il motivo per cui, prima di concludere che uno strumento rende poco, si controllano la misura e la tenuta delle olive.
Di che cosa è fatto un archetto
I tubi auricolari sono metallici: acciaio inossidabile, oppure leghe di alluminio quando conta il peso, dato che a parità di rigidezza pesano meno. La finitura può essere lucidata, cromata, verniciata o brunita, e non cambia il suono. L’estremità è scanalata o filettata, e quella lavorazione trattiene l’oliva al suo posto: le olive a innesto si sfilano tirando, quelle a vite si avvitano sul filetto.
Il tubo non è pieno: al suo interno corre un canale che è la prosecuzione della colonna d’aria, e la sua sezione fa parte del percorso del suono al pari del tubo flessibile. All’estremo opposto l’archetto si innesta sul tubo che scende verso la testina, con un raccordo filettato o con una giunzione permanente: nel primo caso il gruppo si sostituisce da solo, nel secondo si cambia insieme al resto. Nei fonendoscopi a doppio condotto i due canali restano separati fino all’oliva, e l’archetto è il punto in cui la separazione si conclude.
Le olive sono in elastomero, con durezze diverse. Le più morbide si deformano dentro il condotto e chiudono su una superficie ampia; quelle rigide appoggiano su un anello più stretto e si sentono di più. Nelle schede tecniche degli stetoscopi compare spesso l’indicazione che le parti a contatto con l’utilizzatore sono fatte senza lattice di gomma naturale e senza plastificanti ftalici: sono i due materiali che i fabbricanti dichiarano più spesso in negativo.
Archetto, tubo a Y e testina
Le tre parti dello stetoscopio fanno mestieri diversi. La testina raccoglie la vibrazione dalla cute e la trasferisce all’aria. Il tubo flessibile la porta lontano dalla sorgente, e la sua lunghezza e il suo diametro interno hanno effetto sul segnale. L’archetto chiude il percorso e lo consegna all’orecchio.
L’archetto non aggiunge niente al suono: è il tratto in cui il segnale si può soltanto perdere, per una fuga d’aria o per un’oliva mal posizionata. Anche per questo è l’unica parte regolabile dello strumento, mentre testina e tubo restano come sono usciti dalla fabbrica. Nei ricambi lo si trova sia come gruppo intero, saldato oppure smontabile a seconda del modello, sia nelle sue parti staccate, dove la voce di gran lunga più richiesta sono le olive.