Il dispositivo che tiene distanziate le arcate
Un apribocca mantiene la bocca aperta a una distanza stabilita fra l’arcata superiore e quella inferiore, senza che il paziente debba tenerla e senza che una mano resti occupata a farlo. Il carico lo scarica sui denti posteriori o sulle creste alveolari, cioè sui punti che sopportano una spinta verticale; i tessuti molli non li tocca, perché quelli sono compito di un altro strumento.
L’appoggio posteriore non è una preferenza ma una conseguenza della meccanica della mandibola, che si comporta come una leva incernierata all’articolazione davanti all’orecchio. I muscoli che la chiudono agiscono vicino a quel perno, quindi la forza disponibile su un punto dell’arcata cresce man mano che il punto si avvicina alla cerniera: uno spessore posto fra i molari lavora dove la spinta è massima e dove le corone hanno una superficie piatta su cui appoggiare, mentre lo stesso spessore fra gli incisivi si troverebbe all’estremità della leva, su denti stretti e non fatti per reggere un carico verticale.
La famiglia si divide per meccanismo, non per materiale, e i tre meccanismi che si incontrano sono la vite, la dentiera e lo spessore fisso. Sono tre modi diversi di risolvere lo stesso problema: portare le arcate a una certa distanza e impedire che tornino indietro.
L’apribocca elicoidale e la vite che apre
L’apribocca elicoidale è un cono percorso da una spirale, in tecnopolimero iniettato, con una manopola zigrinata in coda che serve solo a impugnarlo e a girarlo. Si appoggia la punta fra le arcate da un angolo della bocca e si ruota: a ogni giro avanza di un passo, e ciò che si trova fra i denti ha ogni volta un diametro maggiore, così che l’apertura cresca con continuità invece che a strappi.
Il vantaggio meccanico è quello classico della vite. Una coppia modesta applicata al manico si trasforma in una spinta assiale grande, tanto più grande quanto più il passo dell’elica è corto, ed è la ragione per cui questo tipo lavora anche contro muscoli masticatori contratti. Si toglie ruotando nel verso opposto, ripercorrendo la stessa spirale. È il modello che si trova nelle dotazioni di emergenza, dove serve un oggetto leggero, che non arrugginisce e non ha parti che si possano bloccare.
L’apribocca a dentiera in acciaio
Il tipo articolato in acciaio inossidabile ha la forma di una forbice con il movimento rovesciato: le due branche sono accoppiate in modo che avvicinando le impugnature i becchi si allontanino invece di chiudersi. Un settore dentato sui bracci aggancia a scatti e blocca l’apertura raggiunta, quindi lo strumento resta aperto da solo e la mano può lasciarlo.
I becchi sono ricurvi verso l’interno e appoggiano sulle superfici occlusali; su molti modelli portano un rivestimento, perché fra il metallo e lo smalto ci sia qualcosa che ceda. Si introduce di lato, in zona molare, con le punte già accostate, e si apre poco per volta fino alla distanza voluta. Nell’uso corrente questo tipo si chiama con il cognome Molt, dal clinico che ne ha fissato il disegno, e i due formati più diffusi misurano attorno agli undici e ai quattordici centimetri.
Cunei e blocchi da morso
Il terzo tipo non ha parti mobili ed è il più semplice: un blocco sagomato, in gomma, in silicone o in materiale plastico, che si mette fra i denti da un lato della bocca e mantiene l’apertura con il proprio spessore. Alcuni sono a gradini, così che lo stesso pezzo offra più altezze a seconda di quanto in profondità lo si spinge, e portano spesso un filo o una linguetta all’esterno per poterli recuperare.
Non c’è guadagno meccanico: lo spessore va introdotto quando la bocca è già aperta, e il pezzo si limita a impedire che si richiuda. In cambio non ha niente che si possa allentare o svitare, e in versione monouso è l’oggetto più economico della famiglia.
Materiali, misure e ricondizionamento
L’acciaio inossidabile riguarda i modelli articolati, che sono riutilizzabili e vanno in autoclave. Il tecnopolimero e il policarbonato coprono gli elicoidali e i monouso, e alcuni polimeri reggono a loro volta il ciclo a vapore mentre altri sono dichiarati per un solo impiego: la distinzione sta sulla scheda del fabbricante e non sulla forma dell’oggetto, perché due pezzi identici a vedersi possono avere destinazioni diverse.
Su un modello articolato le parti da guardare al rientro sono due. La dentiera, che deve agganciare a tutti gli scatti e non scavalcare da sola sotto carico, e il rivestimento dei becchi, che con l’uso si assottiglia e si stacca ai bordi: quando cede, ad appoggiare sui denti resta il metallo nudo. Sui pezzi in materiale plastico, invece, il ciclo a vapore ripetuto ingiallisce e infragilisce la superficie, e una microfessura sulla spirale è il preludio a una rottura mentre si ruota.
Apribocca, divaricatore labiale e cannula orofaringea
Sono tre oggetti che i cataloghi accostano e che fanno cose diverse. Il divaricatore labiale scosta labbra e guance per scoprire i denti, ed è un anello o una coppia di alette in materiale plastico: allarga il campo visivo ma non mantiene alcuna distanza fra le arcate, e non regge nessun carico verticale.
La cannula orofaringea è un tubo curvo che si appoggia sul dorso della lingua e tiene libero il percorso fra la bocca e la faringe. Non apre niente: si introduce quando la bocca è già aperta, e infatti nelle dotazioni di emergenza sta accanto a un apribocca, non al suo posto. Il blocco da morso per endoscopia, infine, è un anello forato che tiene lo spazio necessario al passaggio di uno strumento e insieme impedisce alle arcate di chiudersi su di esso: è l’unico dei tre che condivide con l’apribocca il compito di mantenere una distanza, e infatti gli somiglia.