Una punta che divarica le fibre
L’ago conico è un ago da sutura la cui punta si assottiglia con continuità fino a un apice arrotondato, senza spigoli affilati. Entrando nel tessuto non lo incide: spinge le fibre di lato e passa in mezzo a loro, e il tramite che lascia si richiude attorno al filo. In inglese il tipo si chiama taper point; nei cataloghi italiani si trova anche come punta cilindrica o come ago a corpo tondo, e il termine con cui si contrappone è sempre lo stesso, l’ago tagliente.
Va tolta subito una confusione di nome: non è un ago da iniezione. Non ha lume, non porta liquidi, porta un filo, e appartiene a una famiglia di strumenti che si descrive con parametri del tutto diversi.
La geometria della punta conica
Il profilo che va dall’apice verso il corpo è un cono, e la zona di raccordo, che nella terminologia dei fabbricanti prende il nome di ogiva, ha una forma affusolata. Nessuna faccia è affilata, quindi la penetrazione dipende soltanto dall’apice e da come il cono si allarga: la forza necessaria non si esaurisce quando la punta è entrata, ma cresce mentre la sezione più larga avanza, e cresce con il diametro del corpo.
È il motivo per cui un ago conico grosso richiede una spinta sensibilmente maggiore di uno fine, a parità di tessuto. La punta non apre un varco più largo di sé, come farebbe una lama, e tutto il corpo deve farsi strada per divaricazione: il tessuto viene deformato e non reciso, e il foro finale ha la misura del metallo che vi è passato.
Il corpo, la sezione e le frazioni di cerchio
La sezione del corpo va d’accordo con la punta. A una punta conica corrisponde un corpo a sezione circolare, che lascia un tramite tondo per tutta la sua lunghezza; una sezione triangolare, invece, continuerebbe a tagliare mentre avanza e vanificherebbe la scelta della punta. Molti modelli portano sul corpo due facce appiattite, ricavate per dare presa allo strumento e impedire che l’ago ruoti sotto sforzo.
La curvatura si esprime in frazioni di cerchio: un quarto, tre ottavi, un mezzo, cinque ottavi, oltre alla versione diritta. La frazione dice quanta parte di una circonferenza l’ago descrive, quindi quanto stretto è l’arco che la mano deve compiere: più la frazione è grande, più il gesto sta dentro uno spazio profondo e angusto. Il numero in millimetri che accompagna la frazione è la lunghezza dell’ago disteso, non la distanza in linea retta fra i due estremi.
Il materiale è acciaio inossidabile, con leghe scelte in funzione della resistenza alla flessione: i fabbricanti dichiarano acciai martensitici della serie 400 e austenitici della serie 300, e per gli aghi che devono piegarsi senza rompersi si ricorre agli acciai maraging. Un dizionario medico italiano riassume il criterio generale dicendo che spessore e lunghezza variano in rapporto alla consistenza dei tessuti da suturare.
Il filo saldato all’ago
Nell’ago con cruna il filo si infila come in un ago da cucito, e nel tramite passano due spessori di filo oltre al metallo. Nell’ago atraumatico la cruna non c’è: il codolo ha un foro cieco, o una scanalatura, in cui l’estremità del filo viene inserita e poi bloccata serrando il metallo attorno. Ago e filo diventano un pezzo solo, il diametro del codolo è prossimo a quello del filo e nel tessuto passa un solo spessore. La tenuta di quella giunzione è una proprietà misurata, e compare fra le prove che i fabbricanti dichiarano insieme al diametro e alla resistenza del filo.
Attenzione a non sovrapporre le due parole. Atraumatico riguarda il modo in cui il filo è fissato, non la forma della punta: esistono aghi atraumatici con punta tagliente, e la coppia di termini non va letta come sinonimo di ago conico.
I tessuti dell’ago conico
La punta conica si usa dove il tessuto cede alla divaricazione e si lacererebbe sotto un taglio: pareti dei vasi, visceri cavi, peritoneo, muscolo, fasce, tessuto sottocutaneo, e in generale i tessuti molli e vascolari. Su un vaso il punto è proprio che il foro resti della misura dell’ago e non di una lama.
Sulla cute non si adopera. Il derma è troppo tenace perché una punta senza filo tagliente lo attraversi, e per la pelle si passa a una sezione triangolare. La regola sta tutta nel rapporto fra due grandezze: quanta resistenza oppone il tessuto all’ingresso e quanto danno gli fa un taglio rispetto a una divaricazione.
Quando la punta conica non basta
- Tagliente: sezione triangolare con spigoli affilati, il terzo dei quali sta sul lato interno della curva. Serve per la cute e per i tessuti densi.
- Tagliente inversa: stessa sezione triangolare, ma lo spigolo affilato sta sul lato esterno della curva, quindi lontano dal margine della ferita.
- Conico tagliente: apice tagliente montato su un corpo conico, per tessuti fibrosi o calcificati in cui una punta conica pura non riesce a entrare.
- Smussa: apice arrotondato che non penetra e si fa strada per sola pressione, destinato ai parenchimi friabili.
- Spatolata: sezione appiattita che taglia sui fianchi e resta sul piano del tessuto, forma nata per la chirurgia oftalmica.
Le cinque forme non sono varianti estetiche di una sola: ognuna descrive un modo diverso di aprire un tessuto, e la punta conica è quella che ne apre il meno possibile. La punta si stabilisce prima del filo, perché è la parte che decide come il tessuto verrà attraversato.