Un supporto tessile spalmato che imita il fiore della pelle
La similpelle è un materiale composito, non un materiale singolo. Sotto c’è un supporto tessile, tessuto o a maglia; sopra c’è uno strato di polimero steso e fatto reticolare, goffrato in superficie a riprodurre il disegno del fiore della pelle animale. Due materiali, due mestieri distinti: il tessile regge la trazione e decide la resistenza allo strappo, il polimero dà colore, superficie, impermeabilità e lavabilità. Si vede il secondo, tiene il primo.
Da questa struttura discende quasi tutto il resto. Un difetto della spalmatura non tocca la tenuta meccanica finché il supporto è intatto, e un cedimento del supporto non si vede finché la superficie non si apre. Le due parti invecchiano per ragioni diverse e su tempi diversi.
Come è fatta una similpelle
Le vie industriali sono due. Nella spalmatura diretta la pasta polimerica viene stesa sul tessuto con una lama, portata a gelificare e poi consolidata; la superficie prende il disegno passando fra un cilindro inciso e un contrasto, a caldo e in pressione. Nella spalmatura a trasferimento gli strati si costruiscono invece sopra una carta siliconata: prima la finitura superficiale, poi lo strato di colore, spesso uno strato espanso che dà morbidezza, infine l’adesivo; il tessuto viene appoggiato in cima, il tutto viene consolidato e la carta si stacca, lasciando impresso il disegno che era inciso su di essa.
Le grandezze che compaiono in scheda tecnica sono la massa areica in grammi al metro quadro, l’altezza della pezza, la natura del supporto e quella della spalmatura. Sono numeri del singolo articolo: la parola similpelle da sola non ne fissa nessuno, e due articoli che la portano possono avere pesi e comportamenti lontanissimi.
PVC e poliuretano: due spalmature che invecchiano al contrario
Il cloruro di polivinile, da solo, è un polimero rigido. Per diventare morbido e drappeggiabile ha bisogno di un plastificante, storicamente un estere ftalico, aggiunto in quantità rilevanti. Quel plastificante è disciolto nel polimero, non legato chimicamente a esso: può migrare verso la superficie con il tempo e può essere estratto dai solventi. Man mano che se ne va, la spalmatura perde flessibilità, si irrigidisce e si screpola, e sono le screpolature ad aprire la superficie.
Il poliuretano parte dal problema opposto e non ha quel punto debole. È elastico per architettura propria, con segmenti rigidi e segmenti flessibili che si alternano lungo la catena, quindi non ha bisogno di plastificante e non ha niente da perdere per migrazione. Cede altrove: i legami estere di un poliuretano a base poliestere si idrolizzano in presenza di umidità nel tempo, e le pulizie ripetute tendono a rompere lo strato superficiale, di regola per delaminazione, cioè per distacco della pelle esterna da quanto le sta sotto.
Le due spalmature quindi non si rovinano allo stesso modo, e il difetto dice quale delle due si sta guardando: una indurisce e si crepa, l’altra si sfoglia.
La similpelle davanti ai disinfettanti
Nelle strutture sanitarie le superfici si trattano con ipoclorito di sodio, sali di ammonio quaternario, alcoli, perossido di idrogeno e prodotti fenolici, a concentrazioni e con frequenze che nessun rivestimento domestico incontra mai. È in questo punto che i rivestimenti dei lettini e delle poltrone cedono, non nell’uso.
I meccanismi seguono la chimica di ciascuna spalmatura. Gli alcoli e i veicoli solventi estraggono il plastificante da una spalmatura vinilica, e la spalmatura procede verso l’irrigidimento più in fretta di quanto farebbe da sola. Sui poliuretani il fattore è la ripetizione: le prove di un fabbricante su parecchie centinaia di cicli di pulizia mostrano che anche i prodotti migliori arrivano a rompersi, e che il modo abituale è la delaminazione dello strato superficiale.
C’è poi il residuo, che si trascura sempre. L’esame al microscopio dello stesso fabbricante ha trovato disinfettante essiccato dentro gli incavi della goffratura anche dopo il risciacquo: il disegno che imita il fiore è fatto di solchi, e i solchi trattengono. Da qui l’indicazione di ripassare la superficie con un panno umido dopo il trattamento, che non è una raccomandazione estetica. Il cedimento si vede per primo sulle pieghe della seduta e sugli spigoli, dove la flessione e la pulizia lavorano insieme.
Il nome commerciale che ha preso il posto di quello generico
In italiano questo materiale viene chiamato con parole come skay, scai o sky, che non sono termini tecnici: derivano dal marchio Skai, con cui un’azienda tedesca fu tra le prime a commercializzare un prodotto di questo tipo, e l’uso comune le ha trasformate in nomi generici. Da quel momento in poi il nome della cosa resta un altro.
Nel settore sanitario il materiale compare nei rivestimenti di materassini per lettini da visita, di sedute e poltrone da ambulatorio, di sgabelli e di borse mediche. Su questi impieghi entra anche il comportamento al fuoco: gli imbottiti destinati ai locali collettivi in Italia sono classificati per reazione al fuoco, e la classe dichiarata riguarda l’imbottito assemblato, non il solo materiale di copertura.
Similpelle, ecopelle e pelle rigenerata sono tre cose diverse
La parola più fuorviante è ecopelle. La norma UNI 11427, pubblicata nel 2011, la riserva alla pelle vera conciata rispettando requisiti di processo e di prodotto a basso impatto ambientale: è quindi un materiale di origine animale, il contrario di quello di cui parla questa voce. L’uso comune la impiega invece per il sintetico, e le due letture si muovono in senso opposto sulla stessa parola.
La pelle rigenerata è un terzo oggetto ancora: fibre di pelle recuperate dagli scarti di conceria, macinate e riagglomerate con un legante. È materiale animale ricostruito, non un tessile spalmato. Diversa infine è la microfibra sintetica, un velo di fibre finissime impregnato di poliuretano, che non ha un supporto tessuto sotto e uno strato di superficie sopra ma una struttura unica su tutto lo spessore: somiglia molto al tatto, e sotto il microscopio non le somiglia affatto.