Una parola commerciale, prima che tecnica
Shockproof è un aggettivo inglese che si legge alla lettera come a prova di urto, e compare su strumenti, custodie e apparecchi portatili per dire che l’oggetto sopravvive a un colpo o a una caduta senza perdere la funzione dichiarata. Nessuna norma definisce quella parola, nessun metodo di prova porta quel nome, e niente fissa da quale altezza, su quale superficie, quante volte e con quale esito la prova andrebbe fatta.
Non è un difetto di traduzione: anche in inglese tecnico l’espressione resta descrittiva. Dire che un oggetto è a prova di urto, senza aggiungere altro, equivale a dichiarare una famiglia di comportamenti desiderati, non un valore. Di qui il compito di questa voce, che è dire che cosa va chiesto in più.
Che cosa si misura davvero quando si misura un urto
Un urto è energia consegnata in un tempo molto breve, e le grandezze con cui lo si descrive appartengono a tre famiglie che non si sostituiscono a vicenda.
La prima è l’impulso di accelerazione: si applica al pezzo un profilo di forma nota, semisinusoidale, a dente di sega o trapezoidale, definito da un’accelerazione di picco in g e da una durata in millisecondi, ripetuto un numero fissato di volte lungo ciascun asse nei due versi. È il campo del metodo internazionale sulle prove ambientali dedicato allo shock.
La seconda è l’energia potenziale di una caduta, che dipende da massa e altezza. Per questo una prova di caduta si specifica con un’altezza e con la natura della superficie di arrivo, e per questo una caduta su uno spigolo e una su una faccia piana non sono la stessa prova.
La terza riguarda il materiale e non l’oggetto: quanta energia una sezione assorbe prima di rompersi. Le due prove classiche sulle materie plastiche, quella con provino orizzontale colpito sul lato opposto all’intaglio e quella con provino verticale colpito dal lato dell’intaglio, danno un valore in kilojoule per metro quadrato e servono a ordinare materiali fra loro. I loro numeri non sono confrontabili fra i due metodi, perché la sollecitazione è distribuita in modo diverso.
Le prove di caduta dietro un aneroide shockproof
Sugli sfigmomanometri la parola ha un fondamento normativo preciso, e vale la pena leggerlo. La norma internazionale che copre gli apparecchi non invasivi, nella parte riservata a quelli con lettura non automatica, dedica alla resistenza meccanica un capitolo che chiede due cose distinte. La prima vale per tutti, esclusi quelli fissi: lo strumento deve funzionare normalmente dopo una caduta libera da 25 centimetri. La seconda vale solo per quelli che portano la marcatura di resistenza agli urti: quelli devono funzionare normalmente dopo una caduta libera da 1 metro.
Funzionare normalmente non è un giudizio a occhio. Dopo la caduta si ripete la prova di esattezza, e l’errore sull’indicazione della pressione in bracciale deve restare entro 3 mmHg, cioè 0,4 kPa, in qualunque punto del campo nominale. Per gli strumenti destinati al trasporto del paziente fuori da una struttura sanitaria la stessa norma aggiunge una prova d’urto e una di vibrazione casuale a banda larga, rimandando ai due metodi internazionali che le definiscono. E uno strumento con manometro a mercurio non deve perdere mercurio dopo una caduta da 1 metro.
Shockproof e shock resistant non sono la stessa dichiarazione
La marcatura che la norma definisce è quella di resistenza agli urti, e vale una cosa sola ma precisa: la caduta da 1 metro invece che da 25 centimetri, cioè quattro volte l’altezza che tutti gli altri devono comunque superare. Shockproof è la resa commerciale di quella marcatura.
Quando le due viaggiano insieme, e la scheda tecnica cita la norma, la parola ha un numero dietro. Quando viaggia da sola non ne ha, perché nulla obbliga chi la stampa ad allegare l’altezza di caduta. La lettura utile è quindi questa: la parola non è una dichiarazione falsa, è una dichiarazione incompleta, e diventa verificabile solo quando accanto compaiono la norma e la quota.
Le altre prove che qualcuno chiama così
Fuori dagli strumenti di misura la stessa parola copre prove diverse fra loro. Sugli apparecchi c’è il metodo dedicato agli urti da manipolazione grossolana, che riproduce i colpi, gli strattoni e le cadute di un oggetto maneggiato su un banco o durante una riparazione, e comprende la caduta con ribaltamento, la caduta libera semplice, quella ripetuta e il rimbalzo. Sull’imballaggio esistono sequenze di cadute su facce, spigoli e vertici da un’altezza dichiarata, che provano la scatola e non ciò che c’è dentro.
Sono famiglie che non si implicano a vicenda. Un oggetto può superare una caduta e cedere a un impulso di accelerazione, o viceversa, perché una caduta su uno spigolo concentra l’energia in un punto mentre un impulso controllato la distribuisce su tutta la massa. Chi legge una dichiarazione ha bisogno di sapere quale delle tre è stata eseguita.
Che cosa cede davvero in uno strumento che cade
Su un apparecchio di misura la parte fragile non è quasi mai l’involucro. È la catena che trasforma la grandezza misurata in una posizione dell’indice: un urto la sposta, e lo strumento continua ad accendersi, a muoversi e a sembrare integro mentre legge un valore spostato di qualche unità. Un guasto che si vede è un guasto innocuo; una taratura che si sposta in silenzio no.
È per questo che le norme non si accontentano di chiedere che l’oggetto sopravviva, e impongono di rifare dopo la caduta la stessa prova metrologica di prima. La domanda giusta davanti a una scritta shockproof, quindi, non riguarda la robustezza dichiarata: riguarda che cosa è stato rimisurato dopo l’urto, e con quale scarto ammesso.