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Glossario

Scaler

Lo strumento a punta acuta per la rimozione del tartaro

Uno scaler è lo strumento odontoiatrico costruito per staccare dalla superficie del dente i depositi induriti, cioè il tartaro, o calcolo nel lessico tecnico. Il nome è inglese e viene dal verbo che significa desquamare, togliere a scaglie; in italiano è entrato tale e quale, mentre detartrasi e ablazione del tartaro nominano la manovra e non l’attrezzo.

La descrizione tecnica internazionale lo definisce come uno strumento a pezzo unico con l’estremità distale appuntita, riutilizzabile, disponibile in molte forme e misure, a una o a due estremità lavoranti. Sono tre caratteri utili: pezzo unico, quindi nessuna giunzione dove qualcosa possa fermarsi; estremità appuntita, che è ciò che lo distingue dai suoi vicini; riutilizzabile, quindi progettato per attraversare molti cicli di lavaggio e sterilizzazione.

Com’è fatto uno scaler: manico, gambo, parte lavorante

Lo strumento si legge in tre tratti. Il manico è la parte che sta in mano, di sezione tonda o poligonale, quasi sempre cavo per pesare poco e con la superficie rigata o godronata perché non ruoti fra le dita quando è bagnato. Il gambo è il tratto intermedio che porta la lama fuori dall’asse della mano: la sua angolatura decide a quali superfici del dente lo strumento arriva, ed è la ragione per cui esistono numeri di figura diversi per lo stesso tipo di lama.

La parte lavorante è la lama vera. Su un modello a doppia estremità le due lame sono speculari, così lo stesso strumento raggiunge il lato destro e il lato sinistro senza girarsi in mano; su un modello a estremità singola il manico è più corto e la presa cambia. La rigidità del gambo è un carattere a sé: un gambo più grosso trasmette al tagliente più della spinta della mano, uno sottile ne trasmette meno e restituisce più sensazione di ciò che il tagliente sta incontrando.

La sezione triangolare e i due taglienti dello scaler

La geometria che definisce la famiglia sta nella sezione della lama, che è triangolare. La faccia superiore è piana, le due facce laterali convergono verso il basso, e le due linee lungo cui la faccia piana incontra le facce laterali sono i taglienti: due per ogni estremità lavorante, uno esterno e uno interno rispetto al manico. Le tre facce si incontrano infine in una punta acuta.

Il tagliente non è una lama sottile come quella di un bisturi: è uno spigolo, e il suo raggio di curvatura cresce con l’uso finché lo spigolo diventa una superficie e smette di incidere. Ripristinarlo significa asportare metallo su una delle facce con una pietra, e ogni affilatura sposta un po’ il profilo: dopo molte affilature la lama non ha più la sezione con cui è nata. È il motivo per cui l’affilatura è una lavorazione che si documenta e non un ritocco.

La punta acuta è anche ciò che circoscrive l’impiego. Le fonti odontoiatriche sono concordi nel limitare lo scaler alle superfici sopra il margine gengivale, e nell’assegnare a un altro strumento il lavoro sotto: una punta appuntita che entra in uno spazio chiuso lavora alla cieca contro un tessuto molle.

Scaler manuale e scaler a ultrasuoni

Accanto allo strumento a mano il nome copre una seconda famiglia, in cui la punta non viene spinta dall’operatore ma vibra. Il gruppo che la fa vibrare lavora secondo due principi diversi. Nel magnetostrittivo un campo magnetico alternato investe un pacco di lamierini o una barra metallica, che si accorcia e si allunga nel senso della lunghezza; il moto che ne risulta in punta è di norma ellittico, quindi tutte le facce dell’estremità sono attive. Nel piezoelettrico la deformazione nasce in un elemento ceramico sollecitato elettricamente, e il moto della punta è sostanzialmente lineare, avanti e indietro, quindi lavorano soprattutto i fianchi.

Le frequenze riportate dalla letteratura tecnica del settore stanno all’incirca fra diciotto e quarantacinque migliaia di cicli al secondo per il primo tipo e fra venticinque e cinquanta per il secondo; sono intervalli di famiglia, non una specifica, perché ogni apparecchio dichiara la propria banda di lavoro. In entrambi i casi la punta è raffreddata da un getto d’acqua, che il calore prodotto dalla vibrazione rende necessario.

Le norme ISO che descrivono gli scaler

La famiglia ha una serie normativa dedicata, che vale la pena citare per esteso perché i cataloghi la nominano male. È la ISO 13397, intitolata alle curette parodontali, agli scaler dentali e agli escavatori, e si articola in parti distinte: la prima, del 1995, fissa i requisiti generali di materiale e prestazione; la seconda, nella versione del 2005, riguarda le curette parodontali di tipo Gr; la terza, del 1996, dà le dimensioni degli scaler dentali di tipo H; la quarta, del 1997, riguarda gli escavatori dentali; la quinta, del 2015, è dedicata agli scaler di tipo Jacquette.

La conseguenza pratica è che le sigle che compaiono nelle denominazioni non sono nomi commerciali. Un numero di figura preceduto da una lettera rimanda alla classificazione di forma, e la stessa forma può essere prodotta da chiunque: la lettera identifica la geometria, non chi l’ha fabbricata.

Scaler, curette e ablatore: parole vicine

La curette parodontale è lo strumento più somigliante, e la differenza è tutta nella sezione: al posto del triangolo ha una sezione a mezzaluna, con il dorso arrotondato e l’estremità smussa invece che appuntita. Non è una variante più delicata dello stesso attrezzo, è un profilo pensato per un altro lavoro, quello sotto il margine gengivale e sulla superficie della radice.

Ablatore è il nome italiano corrente della macchina a ultrasuoni, e indica quindi il gruppo manipolo più generatore, non la punta né lo strumento a mano. Restano fuori dal termine altri strumenti che nei cataloghi stanno accanto: l’escavatore, con l’estremità a cucchiaio, che ha una parte tutta sua nella stessa serie normativa, e le sonde e gli specilli, che servono a esplorare e non ad asportare. La regola per non sbagliare è guardare l’estremità: punta acuta con sezione triangolare, e allora è uno scaler.

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