Una punta che incide, una punta che non affonda
La dicitura punte alterne descrive la geometria delle due estremità di una forbice chirurgica: una finisce acuta, l’altra arrotondata. Non riguarda il filo, che corre uguale su entrambe le lame, e non riguarda la dentatura, che sulle forbici non c’è: riguarda soltanto come si chiudono gli ultimi millimetri. La stessa combinazione in inglese si scrive pointed and blunt oppure sharp and blunt, spesso abbreviata in s/b.
È una forbice asimmetrica, e l’asimmetria è voluta. Chi la impugna ha in mano due utensili diversi a seconda di come la gira, e la scelta di quale punta rivolgere verso il basso fa parte del gesto quanto la scelta di dove tagliare.
Come lavora la forbice a punte alterne
La punta acuta serve ad attaccare il taglio in un punto stabilito: entra in un’asola, si infila sotto un margine, apre un varco stretto dove una punta tonda scivolerebbe via. La punta smussa fa il contrario: appoggiata contro un piano, ci scorre sopra senza inciderlo, perché la sezione arrotondata distribuisce il carico invece di concentrarlo su uno spigolo.
Da qui nasce il modo corrente di usarla. Si tiene la lama smussa dalla parte del piano che non deve essere toccato e la lama acuta dalla parte libera, poi si taglia. Sotto una medicazione, per esempio, la punta tonda è quella che scorre a contatto della cute mentre l’altra lavora sopra; se si gira la forbice, le due funzioni si scambiano. Nessuna delle due punte è quella buona in assoluto: cambia quale delle due si rivolge dove.
Acute, smusse, alterne: le combinazioni possibili
Le forbici chirurgiche escono in tre configurazioni di estremità, e le sigle dei cataloghi le distinguono così.
- Entrambe acute, per il lavoro che comincia sempre da un punto preciso e su strati sottili.
- Entrambe smusse, quando nessuna delle due estremità deve poter incidere ciò che incontra durante la corsa.
- Alterne, una acuta e una smussa, che tiene insieme i due comportamenti in un solo strumento.
La corrispondenza fra la dicitura italiana e le sigle inglesi va letta caso per caso: blunt/blunt indica le due punte smusse e non ha niente a che vedere con le alterne, mentre sharp/blunt è l’equivalente esatto. Su cataloghi tradotti in fretta le due espressioni finiscono scambiate, quindi la geometria si verifica sulla descrizione o sul disegno, non sulla sigla.
Retta o curva: un asse che si legge a parte
La curvatura descrive il profilo delle lame lungo tutto il loro sviluppo, le punte descrivono solo il modo in cui finiscono: sono due caratteri indipendenti, e infatti la stessa combinazione di estremità esiste sia in versione retta sia in versione curva. La retta lavora in linea con l’avambraccio e si controlla guardandola dall’alto; la curva segue un piano che si allontana dalla mano e lascia la punta visibile mentre si chiude, il che conta quando il taglio avviene dentro una cavità stretta.
Nemmeno la lunghezza appartiene a questo asse. Un corpo lungo allontana la mano dal punto in cui si taglia e allunga il braccio di leva, uno corto tiene il gesto vicino alle dita, e in entrambi i casi le punte possono essere alterne oppure no.
Lunghezze e acciai delle forbici a punte alterne
Le misure nominali corrono all’incirca fra undici centimetri e mezzo e venti. Il numero si riferisce allo strumento intero, dall’anello alla punta, e non alla parte tagliente, che ne occupa poco più di un terzo: due forbici della stessa misura nominale possono avere lame di lunghezza diversa. Le taglie intermedie, attorno ai quattordici e ai sedici centimetri, sono quelle che compaiono con più varianti, rette e curve, sterili e da ricondizionare.
L’acciaio appartiene alla famiglia temprabile degli inossidabili, quella dei martensitici: un filo si ottiene solo su un metallo che accetta il trattamento termico, e gli austenitici, che non lo accettano, sui taglienti non compaiono. Su alcuni modelli il tagliente è costituito da inserti in metallo duro brasati nelle lame, indicati con la sigla C.T. e riconoscibili dagli anelli dorati sulle impugnature. Sulle forbici destinate al lavoro di reparto le stesse punte alterne compaiono su strumenti con anelli colorati e con una clip da tasca, dove il colore serve a distinguere lo strumento personale e non dice nulla della geometria.
Vale la pena ricordare che una forbice non taglia per il filo da solo. Le due lame sono montate con una leggera precarica una contro l’altra, così che il punto di contatto scorra lungo il taglio e resti sempre uno solo: è quel contatto che separa, e il filo si limita a renderlo netto. Le estremità sono la zona in cui la precarica si esaurisce e in cui un difetto di accoppiamento si manifesta per primo, quindi il controllo di uno strumento che rientra dal ricondizionamento si fa proprio lì, chiudendo la corsa fino in fondo su uno spessore sottile e guardando se le ultime frazioni di millimetro tagliano o piegano. Su una forbice a punte alterne il controllo va fatto in entrambi i versi, perché le due punte non sono intercambiabili.
Ciò che punte alterne non significa
La prima confusione riguarda le dentature. Su una pinza i denti minuti che si incastrano fra loro esistono davvero, e i cataloghi li contano con sigle come 1×2, ma stanno sul morso di uno strumento da presa, dove servono a non lasciare scorrere il tessuto. Una forbice non ha morso e non ha denti: applicare a una forbice il vocabolario della dentatura porta a cercare una cosa che sullo strumento non c’è.
La seconda riguarda le forbici tagliabende, che pure hanno le due estremità diverse: una delle due lame termina con una paletta piatta che porta un bottone arrotondato in cima, fatta per passare fra la benda e la cute sollevandola. Anche lì l’asimmetria è voluta, ma la forma e il compito sono altri, e la dicitura punte alterne non le riguarda. Resta infine il caso delle forbici a punte finissime per il lavoro fine, che sono acute entrambe: sottile e acuto non sono sinonimi, e una punta può essere sottilissima e comunque arrotondata in cima.